Edda e Galeazzo, un amore maledetto

Il tempestoso matrimonio tra la figlia di Mussolini e il figlio dell’eroe di Buccari ispira il nuovo romanzo «d’amore e di morte» di Giordano Bruno Guerri

Del resto, Capri è per lei \ molto più che un semplice luogo di villeggiatura \ Tra i saloni delle ville che si contendono le sue fugaci, preziose apparizioni, i tavolini all’aperto e gli ombrelloni degli stabilimenti - un Martini dopo l’altro, in mezzo a viveur instancabili - Edda ritorna la contessa ammalata di gioia di vivere. Così almeno sembra, e gli occhi meno esercitati all’introspezione più sottile scorgono - attraverso la sua felicità di facciata e la sua chiacchiera iperattiva - una donna frizzante e volitiva, educata al culto paterno del vitalismo, certo più incline a esuberanze fantasiose che a malinconie crepuscolari. Non si può dar loro torto quando tra le aristocratiche hall dei lussuosi alberghi isolani fanno capolino scrittori acclamati, politici di gran fama, nobili d’avanguardia e di retroguardia, pezzi grossi e piccoli della fervida Cinecittà del tempo, intellettuali d’oltralpe e di casa nostra, tutti a gara per omaggiare l’illustre signora \
Fino a qualche tempo prima, a fare da elegante scenario agli ambiti appuntamenti che la contessa riservava con parca generosità erano i saloni del Quisisana o i meravigliosi angoli del grande parco, abbelliti da lussureggianti sorprese floreali che lo rendono un piccolo giardino di Versailles. In quell’eden privilegio di pochi, d’estate era un trionfo di feste e di tornei tennistici da fare impallidire i club più esclusivi della Londra aristocratica. \
Il vero principe delle eleganze del Quisisana però è il suo barman, Vittorio Margiotta, un passato a bordo di grandi transatlantici e un presente affidato alla fama del suo cocktail Milano-Torino, a base di Punt e Mes, Campari, seltz, limone e ghiaccio: è quasi un obbligo per i villeggianti capresi e una specie di vizio inguaribile per Edda, che una volta ricompensa le affabili attenzioni del barista di prestigio con preziosi gemelli d’oro, e soprattutto con la gestione del bar della piazza della Funicolare, che la contessa gli ha fatto ottenere con metodi sbrigativi quanto efficaci. \
Erano altri tempi. Ora la contessa, infatti, può disporre di una casa tutta sua: una villa sul Castiglione, fra il monte Solaro e il Salto di Tiberio con vista sul golfo di Napoli e sulla Marina Piccola. Diciamolo subito: un obbrobrio. Un edificio bianco, di forma quadrata, costituito di pannelli di eternit, un esempio di deturpazione di paesaggio che avrebbe fatto inorridire non dico un ambientalista di oggi, ma addirittura un palazzinaro senza scrupoli. Lo sconcerto ci fu, anche allora che la difesa dei «beni paesaggistici» non era proprio tema all’ordine del giorno. La figlia del Duce, che avrebbe potuto costruirsi la residenza più stupefacente e lussuosa - e decidere tra il rispetto della tradizione architettonica locale e il suggestivo impasto gotico-pompeiano di gran voga sull’isola dalla fine dell’Ottocento - aveva scelto la soluzione più incomprensibile: un inelegante e enorme ammasso di cemento che faceva somigliare quel prefabbricato razionalista impregnato di amianto (ancora se ne ignorava la pericolosità) a uno scatolone asettico dalla stabilità precaria.
Non ci fu neanche il tempo che qualche coraggioso amante dell’estetica sollevasse le proprie legittime rimostranze. Edda si ritrovò la sua casa per le vacanze consegnata in un lampo da quel maneggione di Dario Pater, uno che aveva fatto fortuna costruendo casacce di cartone in Africa Orientale grazie all’amicizia di donna Rachele. \ A Edda però la villa - rafforzata non soltanto per le ironie popolari che la volevano destinata a crollare al primo acquazzone - piace, eccome. In questo, i gusti della donna erano specchio della sua indole, anticonformisti e controcorrente. E poi quello che divenne per lei molto più che un semplice feudo vacanziero doveva riflettere tutte le sue predilezioni estetiche. Nell’arredarlo, infatti, si sbizzarrì dando sfogo alla sua creatività. Mobili in legno chiaro (Edda amava vantarsi che i mobili di tutte le sue case erano fatti su misura), raffinatissime tappezzerie di cretonne fiorato, bagni colorati felicemente vivacizzati con mattonelle sgargianti abbellite con pesciolini blu e verde. C’era un’attenzione estrema, sfiorante il maniacale, per ornamenti, ninnoli e addobbi, tra cui rifulgevano le ineguagliabili collezioni di piatti fatti arrivare da Vietri. \ Ma per Edda questo lusso era quasi una necessità. Come avrebbe fatto a alzarsi per fare entrare in casa i raggi di un sole già maturo all’orizzonte? Rimanendo a letto con l’estenuazione che gli stravizi arricchivano di patetica gravità, senza neanche vedere la sveglia sul comodino, la contessa salutava il nuovo giorno. Con le tapparelle alzate, quando i bambini già bussavano alla sua porta dopo le prime ore sotto l’ombrellone, misurava il proprio stato d’animo nel torpore del dormiveglia.
Come si risvegliava la contessa, reduce dalle maratone notturne al tavolo da gioco? Con quale umore, indossata la vestaglia, baciava i figli già pronti per il pranzo? La luce che inonda la sua stanza e il celeste panorama dei due golfi - capace di mandare in estasi ogni abitante di quel ritiro favoloso - avrebbe illuminato il volto ilare della donna desiderosa di vita e di divertimenti o quello cupo e malinconico della moglie trascurata, della mamma insoddisfatta, della signora a cui non manca nulla se non la felicità? Ci sono giorni in cui Edda sembra avvinta da un malessere nero, che la imbruttisce e la rende quasi spaventosa, più ossuta del solito, come ingobbita su se stessa, sfiorita, in guerra con il mondo, con i figli, con la governante tedesca che detesta, con il marito che maledice a alta voce e che diventa il simbolo della sua infelicità. \ In altri momenti, invece, la vedi come in preda a una gioia contagiosa e amorevole, scattante nel fisico, scarmigliata come lo sono certe immagini romantiche delle creature appassionate. Dietro quegli occhiali scuri - indossati troppe volte più che per vezzo per nascondere la cupezza delle occhiaie prodotte dalla vita notturna o dal pianto - vi era un mondo, in cui convivevano gli stati opposti e estremi della più esaltata condizione umana: quella che ti fa passare, come se niente fosse, dal tripudio all’angoscia, dalla sensazione di essere la creatura più fortunata alla disperazione nel riconoscerti la più sciagurata e maledetta. In mezzo a un’esistenza così lunatica, si muovevano, come figurini inessenziali, le sagome dei suoi accompagnatori, scelti negli stuoli di istrionica eccentricità del mondo caprese.