EDITH WHARTON L'età della coscienza

Vi sono autori di cui si è indotti ad apprezzare l’ordine di grandezza come discendente dalla loro figura complessiva più che dalle opere a sé stanti. Ancorché illuminante ed eloquente, l’elemento biografico potrebbe esser taciuto in rapporto alla produzione, poniamo, di Kafka, Conrad, o Emily Dickinson, poiché nulla aggiunge o toglie all’esito d’arte, mentre in George Sand, Edith Wharton o Gertrude Stein esso s’intreccia, a contrasto o conferma, per programma o destino sentito, con la produzione letteraria, la quale pare diventi così una sfaccettatura, pur importante, della personalità.
Qui si vuol parlare di Edith Wharton in occasione dell’uscita di Estate, riproposto da La Tartaruga nella traduzione di Maria Giulia Castagnone (pagg. 206, euro 13). La Wharton appartiene a quella speciale stagione della narrativa femminile americana di fine Ottocento che, attraverso voci diverse quali quelle di Kate Chopin o Charlotte Gilman, testimonia la crisi d’identità della donna per il ruolo che la società le assegna a fronte della sua «sete di essere» e alla sua ricerca di affermazione individuale.
Se non filtrate dalla sua sensibilità creativa, in Edith Wharton non c’è nulla delle insicurezze e delle frustrazioni di Charity Royall, la protagonista di Estate. Charity era stata portata giù dalla «Montagna», dove viveva in una comunità fuorilegge, quando era ancora una bambina. L’aveva «salvata» l’avvocato di campagna Royall, diventato suo tutore, ed era cresciuta nella casa di Royall e della sua triste moglie, la quale dopo alcuni anni era morta. Ora è diventata una donnina, consapevole della vaghezza della sua sorte, intimamente offesa per il fatto che una sera il suo benefattore, in stato quasi confusionale, abbia provato a dirle, attraverso la porta chiusa, di essere molto solo. Per guadagnare qualche soldo e un’autonomia almeno simbolica, ottiene di gestire, per i due giorni la settimana e le poche ore d’apertura, la minuscola biblioteca del villaggio, dove lavora a uncinetto tra libri polverosi che non le interessano.
Ma un giorno si presenta un giovane attraente architetto, che è ospite della zia nell’unica altra casa di maggiorenti del villaggio, e che deve far ricerche sulle vecchie chiese del circondario. Charity lo accompagna trepidante col calessino, e lui, senza aver molto l’aria di volerlo davvero, la seduce. Charity scopre d’essere incinta mentre lui si trova a New York, dove ha intenzione di rompere, senza riuscirvi, il fidanzamento con una ragazza della buona borghesia. Charity non gli rivela nulla. Smarrita, pensa di tornare alla «Montagna», e vi arriva quando sua madre, in una casupola miserevole, è appena morta tra i suoi stracci. L’unica via di scampo per Charity sembra essere quella offertagli dall’anziano avvocato Royall, che va a recuperarla e le propone di sposarla. In uno stato di semi-incoscienza, Charity accetta, e quale sollievo per lei è vedere che, dopo le nozze in città, quella che le si prospetta è una relazione platonica.
Si è voluto indugiare sulla scarna trama di Estate (1917) perché è un libro forse troppo poco letto, il contraltare estivo, per così dire, del più frequentato Ethan Frome (1911), di cui esiste un’impeccabile edizione Marsilio di qualche anno fa. Sia Estate sia Ethan Frome, che si svolge tra le nevi e le temperature gelide delle Berkshires (la terra amata da Hawthorne e da Melville), sono ambientati nelle campagne derelitte e ritardate del New England, dove si capisce come la Wharton pensasse di ambientarvi più agevolmente, con quella sapiente commistione di naturalismo e di un simbolismo quasi hawthorniano di cui è riconosciuta esser stata allora la maestra, storie di conflitti tra obblighi morali, ruoli sociali e aspirazioni individuali. È lo stesso tema, peraltro, dei suoi romanzi «urbani», che parlano della cerchia elitaria cosmopolita newyorkese fine Ottocento cui apparteneva, com’è descritta ad esempio in L’età dell’innocenza (1920). Ma cosa c’era di quella soffocante atmosfera di casta nella vita di Edith Wharton?
Nel 1866, a quattro anni, Edith Newbold Jones percorre già, con il bel padre e la madre elegante, gran viaggiatori d’Europa, gli itinerari più interessanti d’Inghilterra, Francia, Italia e Germania, soggiorna a lungo nelle capitali, impara presto idiomi e lingue, è «incantata dalle parole». A quindici anni scrive il suo primo romanzo, a sedici esce un volume coi suoi versi selezionati da sua madre, a diciassette entra in società. Una società, è vero, che non vede mai di buon occhio una donna che scrive. E si fidanza per qualche tempo con un ricco rampollo di New York, poi s’innamora di un brillante avvocato, infine si sposa con un bostoniano, Edward Wharton, uomo socievole, sportivo, comprensivo, ma, ahimè, scarsamente intellettuale.
I Wharton, ogni anno, passano alcuni mesi in Europa, frequentano chi occorre frequentare, ed Edith, con la sua straordinaria energia psico-fisica, è capace di scrivere molto, viaggiare molto, sviluppare molti interessi e allacciare numerose amicizie importanti: nel 1903 quella con Henry James che durerà per sempre, poco dopo quella con Bernard Berenson, che frequenterà ai Tatti di Firenze e con cui viaggerà per la Germania. Nel 1906, entusiasta dell’automobile («L’automobile ha ridato qualità romantica al viaggio»), Edith, con il marito e amici, attraversa sulla sua Panhard la Francia in lungo e in largo (ne farà un delizioso libro di viaggio), nel ’14 percorrerà l’Algeria e la Tunisia e subito dopo la Spagna. Intanto il suo matrimonio è naufragato per le turbe psichiche che il marito ha sviluppato. Ella ha una storia per tre anni con William Fullerton, ormai abita stabilmente in rue de Varenne a Parigi, e durante la guerra, tra le file della Croce Rossa francese, si prodiga ad aiutare donne e bambini, e ne riceverà solenni benemerenze, la Legion d’Onore francese e la medaglia di Leopoldo del Belgio; poi, nel ’21, ci sarà il Premio Pulitzer per L’età dell’innocenza, nel ’28 la versione cinematografica de I ragazzi, il suo angoscioso e conturbante romanzo che sembra anticipare Lolita.
Questa frenetica, vitalistica, generosa attività, i viaggi continui, la sterminata produzione (ventuno romanzi, undici raccolte di racconti, tre libri di poesia, recensioni, articoli, traduzioni, nove libri di saggistica fra cui tre di viaggio), possono essere la causa di ciò che sopravvenne nel ’37, quando, mentre era in Provenza, fu colpita da infarto e morì. Ma non spiega le due righe d’epigrafe con le quali Edith Wharton chiuse la sua autobiografia, del ’34: «La vita è, dopo la morte, la cosa più triste che ci sia». Come se lei fosse la povera ragazza smarrita di Estate.