Effetto patrimoniale: riparte la grande fuga dei capitali all’estero

<p>Solo in Svizzera ci sarebbero 130 miliardi di depositi in nero. Ma aumenta anche la quota di risparmi esportati legalmente</p>

Gli spalloni sono stati sepolti dalla storia. O quasi. Erano contrabbandieri che portavano merci e denaro a spalla oltre i confini, attraverso boschi, laghi, spesso protetti dalle intemperie. Un modo privo di tracce per trasferire contante, ma anche diamanti, oro e preziosi. Oggi lo spallone si è evoluto, usa i doppi fondi delle auto e ai confini si finge turista. I controlli sono rari, è facile farla franca; a meno che i traffici non vengano individuati a tavolino, grazie all’attività di intelligence.

L’Associazione bancaria ticinese, la più prossima all’Italia e quindi più attenta a queste evidenze, stima in 130 miliardi di euro i fondi neri depositati da soggetti italiani (persone fisiche o giuridiche) in Svizzera: 130 miliardi equivalgono a 8-10 manovre economiche, una bella cifra. I forzieri della Confederazione contengono, in tutto, fondi equivalenti a 5.800 miliardi di euro, dei quali 2.800 appartengono a soggetti stranieri, e di questi almeno il 10% sono italiani. Le stime vengono riferite da Marco Jaeggi, coordinatore del dipartimento delle scienze economiche della Libera università di Lugano, esperto sul tema delle relazioni bancarie internazionali della Svizzera.

La sua sensazione è allarmante: «Non ho dati certi e non vedo personalmente movimenti di denaro. Ma molti indizi mi inducono a pensare che i flussi di denaro dall’Italia alla Svizzera in questo momento si stiano ingrossando. Il perché è semplice: gli italiani temono possibili prelievi sul patrimonio. Su quello immobiliare non si scappa, ma se, come fece nel 1992 il governo Amato, lo Stato andasse nottetempo a prelevare una quota dei conti correnti si tratterebbe di un autentico furto legalizzato. Anche perché il denaro depositato in banca, specie dalle aziende, non è detto che sia patrimonio, ma può essere frutto delle normali partite contabili di dare e avere».

Gli italiani, insomma, secondo il professore hanno paura. «Anche perché non vedo altri tipi di patrimoniale. Nella bozza di una delle manovre estive era stato inserito l’obbligo, in sede di dichiarazione dei redditi, di indicare tutti i propri averi, fondi, azioni, quote, obbligazioni, conti correnti, così da mettere il fisco nelle condizioni di conoscere lo stato del patrimonio personale. E di agire, eventualmente di conseguenza. Ma di quella proposta non è rimasta traccia e oggi lo Stato non ha gli strumenti per poter realmente colpire i patrimoni».

Sull’onda emozionale, i contribuenti italiani cercano misure difensive. Paradossalmente, le cercano più gli onesti dei disonesti, a costo di contravvenire ai propri principi: perché l’evasore, parziale o totale, non ha nulla da perdere, chi dichiara tutti invece sì. Così i trasferimenti verso conti in Svizzera sarebbero aumentati nell’ultimo periodo, «anche se - riflette Jaeggi - non credo che la semplice variazione geografica del conto possa esimere dal pagare un’imposta che è, a tutti gli effetti, personale». Trasferire in maniera legale e trasparente il denaro in Svizzera, sottolinea il professore, è un’operazione semplicissima: «Basta disporre un bonifico alla propria banca. Senza alcun limite di valore». Una volta in Svizzera, il denaro può rimanere in euro o essere convertito in altre valute: e oggi «le più attrattive sono il franco svizzero e il dollaro». Perché alla paura della patrimoniale o di un prelievo forzoso si aggiunge un’altra preoccupazione: quella sulla tenuta dell’euro.

Tutto questo se si tratta di denari leciti. I flussi illeciti sono di due tipi: il contante che il commerciante o il professionista incassa in nero non può che essere esportato cash ed essere depositato in un istituto compiacente, ma sempre oltre i limiti della legalità. Mentre i fondi neri creati da società piccole e grandi provengono da fatture gonfiate e accompagnate da accordi sullo storno di una percentuale su conti diversi.

Jaeggi ricorda che la Svizzera ha sottoscritto con Germania e Gran Bretagna accordi che danno alle sue banche il ruolo del sostituto d’imposta; possono cioè prelevare dai conti frutto di evasione fiscale un’aliquota del 19% per versare la cifra ai rispettivi governi. Se il fondo è legale, nulla è dovuto. Un accordo di questo tipo con l’Italia frutterebbe al nostro Paese tra i 10 e i 30 miliardi di euro. Se ne parla da tanto ma finora non se n’è fatto nulla. Soprattutto per l’insuperabile contrarietà sempre espressa dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.