In Egitto la svolta di Bush (Laura)

Massimo Introvigne

In Medio Oriente una sorprendente Laura Bush - per merito suo o di chi la prepara alle interviste - affascina il mondo arabo proponendo quella che Giovanni Paolo II avrebbe chiamato una «purificazione della memoria». Chiede scusa non solo per gli eventi di Abu Ghraib ma per l'«islamofobia» di una parte dei media e dell'opinione pubblica americana, che non distinguono fra islam dei terroristi e l'islam centrista e moderato che ha incontrato in Giordania. Laura arriva ora in Egitto, ribadendo con toni duri che «le elezioni devono essere libere. Il mondo si aspetta di vedere in Egitto libere elezioni».
Ma che cosa vuol dire «elezioni libere» in Egitto, nel Paese dove nel 1928 è nato con i Fratelli Musulmani il moderno fondamentalismo islamico?
Un po' di storia aiuta a capire. Dopo l'assassinio di Sadat nel 1981 - un successo militare ma un disastro politico, in quanto l'opinione pubblica egiziana non si ribella al regime, come gli attentatori speravano, ma applaude l'impiccagione dei principali capi del movimento fondamentalista - il fondamentalismo egiziano si spacca in due. Una minoranza, guidata da Ayman al-Zawahiri, che diventerà il teorico di Al Qaida, sceglie la via del terrorismo puro e duro: una via che continua ancora oggi, come dimostrano gli attentati ai turisti di un mese fa.
La maggioranza, legata alla dirigenza dei Fratelli Musulmani, sceglie la via «neo-tradizionalista» della rinuncia al terrorismo e della islamizzazione della società dal basso.
Comincia una lunga marcia nel corso della quale i fondamentalisti, esclusi dalla vita politica ufficiale, conquistano una sostanziale egemonia nella società civile costruendo moschee e islamizzando le professioni, le scuole, i sindacati, le università.
Il governo di Mubarak arresta ogni tanto i dirigenti fondamentalisti, ma di solito li rilascia dopo pochi giorni. Oggi l’Egitto è diventato una sorta di condominio fra il governo nazionalista laico e i Fratelli Musulmani che, esclusi dalle cariche politiche, di fatto partecipano alla co-gestione del potere. Questa situazione si basa su una finzione - in teoria, l'islam politico è vietato; in pratica, è diffuso e potente - che, durata troppo a lungo, necessita ora di una via d'uscita. La si sta faticosamente cercando attraverso un dibattito che divide gli stessi Fratelli Musulmani, una parte dei quali sembra disponibile a rientrare in un gioco politico che si apra alla democrazia accettandone le regole e passando dal fondamentalismo a una posizione più centrista e moderata, sotto un nome di partito, «Wasat», che significa appunto «il Centro».
Il problema è che il Wasat rimane neo-fondamentalista. Si ispira a teorici come il telepredicatore al-Qaradawi e il teologo svizzero Tariq Ramadan, che strizzano l'occhio ai no global occidentali per continuare sotto altre forme una polemica radicale contro l'America e Israele, condannando Al Qaida ma giustificando Hamas.
Il governo egiziano ha ragione di chiedere un ripudio totale del terrorismo - compreso quello rivolto contro Israele - a chi voglia partecipare a «libere» elezioni presentandosi come il volto moderato dell'islam politico. Ma il governo non può neppure utilizzare lo spettro di Al Qaida per tenere fuori del gioco tutti i partiti religiosi, che godono del consenso della maggioranza della popolazione, celebrando elezioni solo formalmente «vere» che si ridurrebbero a un referendum interno al movimento laico-nazionalista di Mubarak. È questo il nodo che Laura Bush chiede a Mubarak di sciogliere.