«Embargo» contro i laogai

Potrebbe essere una rivoluzione oppure potrebbe non succedere granché: ma la risoluzione anti-cinese approvata l’altro ieri dal Congresso statunitense sembra aver espresso tutto quello che George Bush non è riuscito a dire nella sua recente visita a Pechino. Il documento, questa la vera novità, introduce un elemento sostanziale che riguarda l’unica arma che pare poter scalfire la glaciale indifferenza cinese: la ritorsione economica.
Con la strabiliante maggioranza di 411 voti a 1, infatti, è passato un documento elaborato da Frank Wolf e da altri membri del Congresso il quale non solo condanna la Repubblica Popolare Cinese per il sistema di lavoro forzato conosciuto come laogai, ma prospetta che la produzione industriale e manifatturiera operata in questi autentici lager, voce non secondaria dell’economia cinese, sia respinta dagli Usa e da tutto l’Occidente. Assai copiosa, vediamo la risoluzione riassunta per punti: 1) Il Congresso invita la Comunità internazionale a condannare l’intero sistema oppressivo dei laogai; 2) invita il governo degli Stati Uniti ad applicare interamente la legge che proibisce l'importazione di tutti i prodotti provenienti da lavori forzati riconducibili ai citati campi di concentramento; 3) invita lo stesso governo a rivedere l'esecuzione degli ormai datati memorandum d'intesa con la Cina circa il lavoro nelle prigioni (1992, 1994); 4) s’impegna, in auspicabile accordo col Parlamento europeo, affinché si intraprenda ogni sforzo per giungere a un’analoga risoluzione della Commissione dei diritti umani dell’Onu che possa condannare i laogai e la situazione di diritti umani in Cina; 5) invita il governo cinese a rendere pubbliche le informazioni sui laogai, ora coperte da segreto di Stato, compreso il numero autentico degli insediamenti, dei detenuti e delle produzioni industriali che vi si realizzano in condizioni di schiavitù; 6) lo invita a rendere pubblico il numero di esecuzioni effettuate nei laogai e i dati sugli organi espiantati dai condannati a morte; 7) lo invita a permettere senza restrizioni le visite degli ispettori internazionali dei diritti umani, compresi dunque gli ispettori delle Nazioni Unite che vogliano recarsi in tutti i laogai del Paese; 8) sollecita l'istituzione di una Commissione che possa studiare il sistema di laogai cinese e racconti tutta la verità su di essi. Questo il già emblematico sunto della risoluzione, ma anche la parte introduttiva non è che faccia sconti.
«Il laogai - si legge - è un vasto sistema di lavoro che consiste di una rete di più di mille prigioni e accampamenti e istituzioni psichiatriche a mezzo delle quali i detenuti sono costretti a lavorare in fabbriche, fattorie e miniere e altro ancora; i due obiettivi principali del laogai sono generare risorse economiche con lavoro gratuito e rieducare dissidenti e criminali con lavoro duro e indottrinamento politico, oltre a sopprimere politicamente gli attivisti pro-democrazia e i dissidenti che operano su internet e i credenti religiosi e spirituali». Da una parte non esistono più i gulag sovietici, spiega il documento, ma ecco che invece i laogai cinesi sono ancora completamente operativi: «Milioni di prigionieri sono minacciati con la tortura quotidiana, cinquanta milioni di persone hanno sofferto nei laogai dalla loro istituzione, più di centomila credenti religiosi sono stati imprigionati in modo illegale, sono stati picchiati, torturati, spesso uccisi, altri sono costretti a lavorare in condizioni terribili».
Non meno gravi, spiega infine la risoluzione, l’espianto di organi effettuato senza autorizzazione della famiglia, ma soprattutto (dato che i più seguitano a ignorare) il fatto che i detenuti in questione non sono mai stati neppure processati o fatti oggetto di un’accusa precisa: i laogai non sono prigioni comuni, bensì appunto «campi di rieducazione», uno strumento che a totale discrezione del Partito, dunque della Polizia, trasforma la dissidenza in quella che il Congresso statunitense definisce «una parte integrante dell’economia cinese». «Ci sono molti trattati che la Cina ha firmato - spiega Toni Brandi, coordinatore italiano della Laogai Research Foundation - ma che in Cina registrano violazioni di diritto internazionale: tra queste la Carta Costituzionale delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Convenzione contro la tortura. Per non parlare delle condizioni di lavoro degli operai». Ogni pezzo di carta firmato dal governo cinese è rimasto lettera morta. Ora, con la minaccia delle prime timide sanzioni economiche, si comprenderà se qualcosa potrà cambiare.