Emozioni e ricordi della Grande Guerra

«Da Baroni a Piacentini. Immagini e memoria della Grande Guerra a Genova e in Liguria», fino al 14 giugno al Teatro del Falcone (spazio espositivo di Palazzo Reale), è una mostra che suscita emozioni. Le opere degli artisti combattenti, interventisti sbattuti di fronte ad una cruda realtà - acquarelli, tempere, schizzi eseguiti in trincea o tra azioni cruente - racchiudono lo splendore della vita per chi sente che gli può sfuggire. Ricordano Ungaretti, in una notte accanto ad un compagno massacrato: «Ho scritto/ lettere piene d'amore/ Non sono mai stato tanto attaccato alla vita».
Il percorso espositivo della I Sezione (appunto gli artisti combattenti) si snoda intorno ad una zona ovale, inframmezzata da tende avorio e da alcune vetrinette, di cui la prima contiene un copricapo rosso. A fianco, un altoparlante racconta di S. Pietro Isonzo (10 giugno 1915) quando nel campo disseminato di morti, ogni sopravvissuto chiedeva con un «bersaglieri a me», più fioco o distinto, di non essere dimenticato. Di fronte alla vetrina, il primo dei disegni di Giuseppe Cominetti con soldati dai volti coperti da maschere per proteggersi dall'iprite, il «gas mostarda».
L'altoparlante spinge a violare le tende: il cuore della mostra è nell'ultima delle stanze delimitate, dove si ascoltano i ragazzi della scuola del Teatro Stabile leggere lettere di combattenti. Al centro, il bozzetto che il tenente Eugenio Baroni realizzò, a guerra finita, per il concorso del «Monumento al Fante sul Monte S. Michele»: una lunga scalinata che è una Via Crucis alla vetta. Il bozzetto non vinse perché contrastava il clima di vittoria. Dice una canzone di guerra: «O Monte S. Michele bagnato di sangue italiano/ tentato più volte ma invano Gorizia pigliar./ Da Montenero a Monte Cappuccio/ fino alle alture di Doberdò/ un reggimento più volte distrutto/ alla fine indietro nessuno tornò». Gorizia, presa nell'agosto 1916, costò 75mila vite di italiani. Nella stanza, su giganteschi pannelli istoriati, si leggono le biografie di tre tenenti, morti ad inizio guerra: Nicolò Alberto Gavotti, Giacomo Tortora, Carlo Pastorino.
Alla fine di questa prima sezione un'immagine drammatica, il dipinto «Tranke» (2 settembre 1918) dove su un cocuzzolo sono tre croci: per un francese sconosciuto, per il tedesco Keller e per l'americano Jonson Barthel. Gli acquarelli del sergente Riccardo Lombardo, sul fronte francese, testimoniano la distruzione nelle città, mentre eleganti dipinti sulla guerra in montagna di Giovanni Ardy ci mostrano crinali violetti con alpini in postazione o lancieri all'assalto; era un allievo del Liceo Colombo, morì in battaglia e ci ha lasciato due trattati sull'Arte mimetica.
Sempre in questa sezione l'intensa «Preghiera per il babbo al fronte» di Previati ma anche l'ironia dissacrante di Sironi in «Chiaro di luna»: dietro due innamorati su una panchina lo scheletro della morte allunga la falce a spicchio di luna.
«Soldato e ragazzina» (1915) di Dudovich e «Soldato che salva una bambina tra le macerie di casa» (1917) di Giglioli ci parlano come le odierne missioni di pace dei nostri. L'orrore è racchiuso in «Marcia al chiaro di luna» di Santagata (due soldati che trasportano un ferito in barella) tutto color seppia, in «Après la bataille» di Cominetti, tutto rosseggiante, e nel suo «Folla di evacuati sorpresi dal bombardamento tedesco», visi indistinti in neri mantelli.
Al secondo piano la II Sezione (e gli artisti esposti diventano 57): «I luoghi con la guerra di montagna», definita «Lotta di talpe, di logorio, d'insidia». In una vetrina documenti ormai poco noti come «Guerra sola igiene del mondo» di Marinetti o «GuerraPittura» di Carrà. Un Manifesto di Dudovich fa propaganda: sei infatti i prestiti di guerra dal 1915 al '19. Si ammirano bassorilievi di Arturo Martini e i bozzetti di Baroni per il Monumento ad Emanuele Filiberto Duca D'Aosta (sepolto al Sacrario di Redipuglia), poi realizzato in piazza Castello a Torino. «L'artista fa sua la lezione della decostruzione monumentale de “I Borghesi a Calais” di Rodin», è l'osservazione di Mariangela Bruno, che con Leo Lecci e Franco Sborgi partecipa alle Attività didattiche della mostra e sta guidando un gruppo di anziani del Centro Terralba.
In questa seconda parte dell'esposizione si apprezzano le foto del restauro del Monumento ai Caduti di Rivarolo, opera di Morera, e del Sacrario di Staglieno, che ha ispirato al soprintendente Giorgio Rossini l'idea della mostra poi realizzata con la collaborazione di Chiara Masi. In una piccola sala, infine, i bozzetti in gesso ad altezza d'uomo, tratti dai fondi dei Musei civici e restaurati per la mostra, dell'«Arco di Piazza della Vittoria» di Piacentini (con il fregio marmoreo di Dazzi e statue di De Albertis) e del monumento concorrente di Limongelli-Prini, presentato allo stesso concorso del 1923.