Energia: ora i big «buttano» i soldi al vento

da Oviedo

Energia eolica, fotovoltaico, mini-idro, biomasse: fino a due anni fa erano chiamate «fonti alternative»; oggi sono diventate «fonti rinnovabili». E non si tratta solo di un cambiamento lessicale, ma ben più profondo: è una svolta politica e, soprattutto, di business. I grandi gruppi elettrici, infatti, non solo snobbavano, ma osteggiavano apertamente la possibilità di produrre energia in modo non tradizionale. Poi, hanno scoperto che, soprattutto con il vento, si possono realizzare dei buoni affari. Così, quello che era appannaggio di imprese che non si potevano permettere di costruire centrali a gas che richiedono forti impegni finanziari, è diventato terreno di conquista di poche multinazionali che si contendono il dominio del mercato europeo. E che si muovono in due direzioni: la costruzione di nuovi impianti e l’acquisto di società che ne hanno già costruiti o che hanno permessi di costruzione. Il fondo australiano Babcock ha messo in vendita centrali eoliche per quattro miliardi di euro. Secondo l’Expansion si sono fatti avanti la spagnola Iberdrola, le francesi Edf e Suez, e la stessa E.On.
Settimana scorsa l’Enel ha presentato il suo piano di investimenti che prevede sette miliardi di spesa entro il 2012. Questa settimana è toccato alla tedesca E.On, che ha rilanciato con sei miliardi, ma entro il 2010 «nessun altro gruppo in Europa sta investendo più di noi nelle rinnovabili» ha dichiarato Wulf Bernotat, presidente di E.On in occasione di una visita a due impianti nelle Asturie, di cui uno in funzione e uno ancora in costruzione. I tedeschi, che oggi hanno in tutto 8mila Mw di potenza nelle rinnovabili, vogliono arrivare in breve tempo ad avere almeno un quarto della loro produzione elettrica proveniente da vento o biomasse. A livello mondiale la crescita annua della potenza installata negli impianti eolici è prevista intorno al 15 per cento. Alle spalle del boom delle rinnovabili, soprattutto dell’eolico, ci sono infatti fenomeni importanti.
Gli incentivi. I Paesi europei hanno varato una serie di «premi» per chi produce energia elettrica con il vento. In alcune aree, soprattutto in Spagna e Germania, il vento è costante e sostenuto. Investire lì conviene più che altrove, e gli aiuti ai produttori sono più bassi. In Italia, dove il vento c’è solo al Sud e nelle isole (e in ogni caso ce n’è meno) i sussidi all’eolico sono veramente ricchi: nel nostro Paese la legge prevede che vengano erogati per 15 anni, più o meno la durata della vita operativa degli impianti.
La tecnologia. In pochi anni le pale eoliche sono aumentate di dimensione e potenza: dal mezzo megawatt si è passati ai due e ci si sta avvicinando ai tre. Una sola pala (che comprende il pilone, l’elica e il generatore) può costare oltre un milione e mezzo di euro, il generatore (installato in cima al pilone dove girano le eliche) è più grosso di una roulotte. E i grandi gruppi cercano i grandi rendimenti.
Il controllo. Le società investono se possono controllare tutto il ciclo, partendo dalla produzione dell’energia. Oggi hanno capito che l’eolico non solo rende bene, ma può essere controllato e rientrare nella logica di gestione di un grande gruppo. Non a caso il fotovoltaico, che è tecnologicamente agli inizi, ha rendimenti bassi e ha una produzione «sminuzzata» addirittura a livello di pochi kilowatt, per il momento viene considerato solo «sperimentale».
Il consenso. L’opinione pubblica, impressionata dai cambiamenti climatici, vuole sempre più «verde». Crescere nelle rinnovabili per i grandi gruppi vuol dire accrescere il consenso alle proprie strategie.