Eni, la crisi dimezza l’utile e Scaroni ridisegna l’estero

«Il 2009 è stato un anno difficile. In questo contesto, l’Eni ha conseguito risultati superiori alle aspettative, fra i migliori del settore. Il 2010 sarà un altro anno difficile, ma noi continueremo a creare valore per gli azionisti». Sono le parole che l’amministratore delegato del cane a sei zampe, Paolo Scaroni, ha usato ieri per illustrare i dati del quarto trimestre e le anticipazioni del bilancio dell’anno scorso del suo gruppo. Parole intrise di ottimismo della volontà, perché la fredda cronaca finanziaria, da sé, non è entusiasmante. La compagnia petrolifera italiana ha chiuso infatti il 2009 con ricavi di 83 miliardi di euro contro i 108 del 2008; l’utile netto è di stato 4,617 miliardi, drasticamente sceso rispetto agli 8,825 dell’anno prima. E l’ultimo trimestre dell’anno non indica un’imminente uscita dal tunnel: l’utile netto è stato infatti di 641 milioni, praticamente dimezzato rispetto agli 1,2 miliardi del trimestre precedente, anche se segna un ritorno all’attivo rispetto al rosso di 800 milioni dello stesso periodo 2008. È salito invece l’indebitamento passato dai 18 miliardi del 2008 ai 23 di quest’anno. Anche se la situazione finanziaria dovesse comportare un taglio del rating non sarebbe così drammatico: «A nessuno piace subire un taglio del rating - ha detto Scaroni -. Ma anche se dovesse succedere, noi resteremmo comunque in zona A».
La Borsa, in una giornata piuttosto debole, ha reagito bene ai dati forniti dalla compagnia: il titolo Eni ha chiuso la seduta in progresso dell’1% a 16,65 euro, dopo aver toccato un massimo di 16,93 euro. Il mercato si aspettava un forte taglio degli utili e del dividendo (un euro rispetto a 1,5 dello scorso anno) con la crisi generalizzata e i consumi di prodotti energetici sempre in calo; anche la crescita dell’indebitamento, pur notevole, era attesa visto il consistente piano di sviluppo che l’Eni ha dovuto finanziare e la quasi assoluta impossibilità di procedere a dismissioni, a meno di non voler fare pesanti sacrifici sui prezzi di vendita. E questo vale anche per la dibattuta questione della Snam: «Oggi potremmo anche far scendere la nostra quota in Snam - ha detto Scaroni - ma non sarebbe un buon affare. Comunque per cedere una sola azione dovremmo avere l’ok del Tesoro».
Ora però gli analisti si chiedono quale sarà la strategia di crescita della società, quali messe a punto subirà per adeguarsi a uno scenario che nelle ultime settimane è cambiato. Pochi giorni fa Scaroni ha trovato un’intesa con la Commissione europea che da due anni aveva aperto una procedura per abuso di posizione dominante minacciando una sanzione di 1,5 miliardi di euro. Questa stangata è stata evitata in cambio dell’impegno a cedere la proprietà, ma non i diritti di transito, di due gasdotti del Mare del Nord e di quello russo (quest’ultimo resterà comunque in mani italiane, probabilmente della Cassa Depositi e Prestiti). È stata una scelta accettata per evitare il peggio e che contrasta con la tradizione dell’Eni che vede nel controllo della distribuzione del gas un asset strategico decisivo.
Ancora più drastico il mutamento di linea che l’Eni ha dovuto subire nell’Africa subsahariana, dove aveva grandi ambizioni. A fine novembre 2009 aveva siglato un’intesa per acquisire il 50% di un giacimento in Uganda, con riserve di un miliardo di barile di greggio, dall’inglese Heritage Oil. Secondo il direttore generale Claudio Descalzi, questa operazione dal valore di 1,5 miliardi di dollari, assieme ai progetti in Irak rappresentava «il futuro strategico dell’Eni a medio-lungo termine». Anche il Financial Times aveva scritto che la partita in Uganda sarebbe stata decisiva per capire se l’Eni è in grado di competere su un piano di parità con i colossi del settore come Bp, ExxonMobil, Total. Ma pochi giorni fa la Tullow Oil, proprietaria dell’altro 50% del giacimento in questione, ha esercitato il diritto di prelazione, e così l’occasione dell’Uganda è svanita.
Scaroni ha reagito con freddezza alla vicenda africana: «Troveremo il petrolio che ci occorre altrove», ha tagliato corto. Secondo voci circolate proprio ieri, ma non confermate, ci sarebbero già dei contatti per rilevare parte di un campo petrolifero a Nganzi, in Congo. E alcuni analisti hanno fatto notare che l’uscita dall’Uganda permetterà di concentrare maggiori risorse nell’altro grande progetto dell’Eni, lo sviluppo del giacimento iracheno di Zubair. Un impegno che, secondo il Financial Times, comporterà investimenti per 20 miliardi di dollari. Comunque sia, Eni sta rivedendo la sua strategia per il futuro.