Eni vende i gasdotti per 1,5 miliardi e fa pace con Bruxelles

La battaglia del gas è finita e senza perdite pesanti per l’Eni. La società guidata da Paolo Scaroni, accusata dalla Commissione europea di abuso di posizione dominante, rischiava una multa salatissima, di 1,5 miliardi. Ieri, in un incontro a Bruxelles con il Commissario alla Concorrenza, signora Neelie Kroes, il gruppo italiano ha proposto una via d’uscita: venderà le sue partecipazioni nei gasdotti Tenp e Transitgas (Mare del Nord) e Tag (Russia), ma conserverà i diritti di trasporto.
Il gasdotto Tag, particolarmente strategico, rimarrà comunque di proprietà italiana, come aveva chiesto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: all’Eni subentrerà un investitore pubblico, quasi certamente la Cassa depositi e prestiti. A confermare a Radiocor che sono in corso trattative è il presidente della Cdp, Franco Bassanini: «È un’infrastruttura strategica ma non possiamo fare regali all’Eni». Da chiarire poi se la trattativa sarà sull’intera quota nella pipeline (l’89%) o solo su una parte.
Questa ipotesi è stata accettata dalla Commissione che, in un comunicato, «plaude alla decisione dell’Eni» e ha interrotto la procedura di infrazione, pur riservandosi di verificare la validità effettiva della soluzione.
«È stata una scelta dolorosa ma che non tocca la nostra strategia sul mercato del gas - ha detto Scaroni al termine dell’incontro -. Abbiamo più pipeline di qualunque nostro concorrente e continueremo a essere leader in Europa. Quello che ci avrebbe fatto davvero male sarebbe stato l’obbligo a vendere i diritti di trasporto, una decisione che avrebbe ridotto la nostra presenza sul mercato. L’operazione che abbiamo invece deciso non ci fa male né dal punto di vista commerciale né da quello finanziario. È una scelta dolorosa più sul piano concettuale che sul piano pratico. Di fronte alla prospettiva di ricevere la multa e, in più, di essere costretti dalla Commissione a vendere i gasdotti, abbiamo preferito farlo noi».
La Borsa ha dimostrato di gradire la via di uscita: in un listino in crollo, come tutti i mercati europei, il titolo Eni ha limitato le perdite (-2,59% a 16,5 euro). Anche per il fatto che la vendita delle partecipazioni nei tre gasdotti, a bilancio a valori storici, comporterà significative plusvalenze. Secondo alcune stime le dismissioni potrebbero fruttare alla società di Scaroni circa 1,5 miliardi (cifra solo casualmente analoga alla multa che ha evitato di pagare). La battaglia fra Eni e Bruxelles è iniziata formalmente nel marzo 2008 quando è stato aperto il dossier con l’ipotesi di abuso dominante. Ma è solo l’ultimo episodio di una guerra durata anni fra la Commissione e i governi europei che hanno sempre appoggiato i loro campioni nazionali per garantirsi un regolare approvvigionamento di idrocarburi dai lontani giacimenti (mare del Nord, Russia, Algeria, ecc.) fino ai mercati di consumo. La Commissione sostiene invece una politica opposta, convinta che una divisione fra le attività di produzione e quelle di trasporto-distribuzione apra i mercati alla concorrenza, a vantaggio dei consumatori finali.
Questa visione comunitaria, poco gradita a tutti i big petroliferi, è stata sempre sofferta dall’Eni perché contrasta con il suo stesso Dna. La sua tradizionale struttura, che abbina saldamente le attività di estrazione a una fitta rete di pipeline, le ha sempre consentito di trattare da una posizione di forza relativa in un settore, come quello energetico, dove le dimensioni e il peso politico sono vincenti: fornitori come la Russia trattano volentieri con la società italiana perché, pur essendo più piccola di molte compagnie internazionali e avendo alle spalle un sistema paese più esile, offre potenzialità interessanti in altre parti del business energetico, oltre la pura vendita della materia prima.
Seguendo questa linea Scaroni si è opposto risolutamente alle richieste del fondo attivista Knight Vinke, ipotizzando vantaggi borsistici, conduce una costosa azione di lobbing per arrivare a una divisione in due del gruppo: da una parte una società che estrae idrocarburi, da un’altra una newco di trasporto e distribuzione (mettendo assieme Snam che gestisce la rete italiana e gli altri gasdotti). La soluzione offerta ieri a Bruxelles conferma questa strategia: Eni avrebbe potuto avanzare un’ipotesi di separazione, ma ha preferito cedere alcuni gasdotti (conservando i diritti di transito) pur di non rinunciare al principio base del suo modello di business.