Enrichetto libero, ma il suo cane è morto

Punito dalla giustizia e perseguitato dalla sfortuna: la storia di Enrico Gallo, per tutti «Enrichetto», avrebbe di certo appassionato Dostoevskij. Nei giorni scorsi ha anche attirato l'attenzione di alcuni quotidiani e persino del Guardasigilli Angelino Alfano. Ma alla sua vicenda da romanzo d'appendice è mancato un pizzico di pietà e ora Enrichetto, 55enne della provincia di Asti, si ritrova a fare i conti con un epilogo fin troppo crudele.
«Colpevole» di solitudine, Enrichetto ha incontrato la dura lex del proverbio latino. Quella giusta ma con effetti sproporzionati. Quella descritta da Manzoni nei Promessi sposi, impeccabile con gli indifesi, distratta con i potenti. Partiamo dall'inizio della storia. Tutti conoscono Enrico nella sua cittadina di provincia, sanno che vive solo, che è un uomo semplice e che qualche volta alza il gomito. Il vizietto non gli impedisce di andare in bicicletta, finché un giorno non causa un incidente. Si scontra con un'auto e finisce ai domiciliari per guida in stato di ebbrezza. «Recluso sì - deve aver pensato -, ma non vorranno mica che muoia di fame». Con nessuno cui chiedere di fargli la spesa, gli è sembrato normale uscire di casa per comprarsi un panino. È qui che lo zelo di una vicina che ha subito avvertito i carabinieri, sommato all'intervento della Dea bendata, l'ha trasformato in un evaso e gli è valso una condanna a due mesi di carcere. Più di un qualunque manager fraudolento che conosca il significato di «custodia cautelare» e di «pericolo di fuga». O di un rapinatore colto sul fatto, ma subito libero di rubare ancora. Due mesi dietro le sbarre, solo come a casa. Anzi, peggio. Perché Enrichetto prima di essere arrestato aveva il cane Pumin a fargli compagnia. Il pensiero del suo amico rimasto solo anche lui, senza nessuno che gli porti un po' d'acqua, gli toglie l'appetito. «Enrichetto fa lo sciopero della fame», si dice da cella a cella nella prigione di Quarto. Non perché crede di essere ingiustamente detenuto però. A chi gli chiede il motivo, risponde che vorrebbe solo che qualcuno si occupasse di Pumin in sua assenza. La supplica cade nel vuoto, anche se del caso di Gallo si occupa persino il Parlamento. Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Idv, dichiara che «non è possibile ignorare il fatto che le carceri italiane siano piene di persone come Enrichetto e che invece uomini potenti o importanti, che hanno commesso reati gravi, riescano sempre a scamparla. Una palese ingiustizia di uno Stato che non sempre riesce a essere equo e giusto». Donadi cita la «cricca» degli appalti e aggiunge: «Un Paese davvero democratico deve avere il coraggio di sbattere in galera i delinquenti della "cricca" e magari di gettare via la chiave, ma è un atto di vigliaccheria tenere in carcere gente come Enrichetto». Il ministro Alfano assicura una verifica e chiede ai propri uffici se esistono i presupposti per un intervento. C'è infatti un principio, contenuto nell'articolo 27 della Costituzione, secondo cui «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità». Intanto per Enrichetto è arrivato il giorno della scarcerazione. Oggi potrà tornare a casa. Pumin però non ci sarà ad accoglierlo: è morto travolto da un'auto. Probabilmente girava per le strade in cerca del padrone o di qualcosa da mangiare. Enrichetto avrà imparato qualcosa sull'ordine costituito, ma anche che non sempre applicando le leggi il bene ha la meglio. Non può neppure raccontare la propria storia al fedele amico. Magari troverà presto un nuovo cane e forse anche un buon avvocato.