Erba, se la scienza sostituisce il brigadiere

Non è difficile prevedere che ancora una volta l’Italia si dividerà. Non fra Nord e Sud, fra monarchici e repubblicani, fra guelfi e ghibellini, ma fra innocentisti e colpevolisti. Fra coloro che credono alla responsabilità dei «vicini di casa» – ormai questa è la loro indicazione nell’universo mediatico - per la strage di Erba e quelli che invece ne sostengono l’assoluta estraneità ai fatti. È fatale, ogni inchiesta clamorosa provoca una sorta di elettrolisi nazionale, la scossa della cronaca divide la popolazione e gli uni e gli altri, innocentisti e colpevolisti, sono subito pronti ad andare oltre l’evidenza e la logica pur di affermare la loro credenza. Che è tanto più forte e rumorosa quanto più è incerto e ambiguo il quadro delle indagini.
E non c’è dubbio che il contesto dell’orribile omicidio plurimo di Erba sia ancora confuso, soprattutto negli elementi accusatori, nonostante l’intervento degli specialisti il candore della cui tuta, quasi spaziale, lascia immaginare lucenti acquisizioni di verità incontaminate, in una trasparenza indiscutibile. Ma queste verità non sempre ci sono, anche nello spiegamento fantascientifico di ultra-microscopi, spettrografi di massa e altre diavolerie sofisticate restano gli eterni dubbi, che preparano e richiedono perizie e superperizie, si spacca veramente il capello in quattro e il Dna diventa il totem delle nostre speranze di certezza e giustizia. Il «rischio Cogne», l’eventualità che qualsiasi illusione di certezza si frantumi nelle battaglie fra periti incombe e ci fa comprendere come e perché il male che quotidianamente ci insidia resti misterioso e cangiante, nonostante i valorosi professionisti.
Non ho nulla contro la scienza e contro gli accertamenti degli scienziati forensi, ma rilevo che oggi si constata spesso una lontananza considerevole fra le aspettative che queste moderne tecniche d’indagine suscitano e i risultati che ne derivano. Credo fermamente nell’oggettività – nei limiti dell’umano – dei rilevamenti, ma mi limito a constatare che non sempre questi accertamenti chiudono il cerchio e danno quella «prova regina» di cui i casi giudiziari avrebbero bisogno. Cerchiamo di essere chiari, una serie di prodotti della fiction televisiva, americana e nostrana, ci mostrano un giorno sì e uno no come i cattivi possano essere inchiodati da un pezzettino di carta, da una larva d’insetto, dalle tracce di un analgesico nel sangue. E questa rappresentazione del bene che trionfa attraverso l’evidenza della scienza applicata all’antica arte del delitto ci induce a pensare che la banalità del male debba ritirarsi e inaridirsi, pressata dagli indizi raccolti con i guanti sterili e conservati negli appositi contenitori a prova di contaminazione. Purtroppo non è così. Spesso gli indizi hanno più di un lato e le indicazioni scientifiche possono essere aperte a più soluzioni. La vita reale spesso è dominata dal caos, non si vede perché i crimini debbano rispondere a un rigido ordine quasi precostituito.
Non si comprende perché l’intervento degli uomini in tuta spaziale e l’alta direzione di magistrati che non hanno fatto l’università della strada possano superare di colpo, e con straordinario successo, l’antico mestiere investigativo di brigadieri e commissari abituati a studiare quotidianamente facce patibolari e ambienti sociali malati, con la tenacia degli umili osservatori, dei raccoglitori di sospiri e di occhiate, di soffiate e di odi. Ci saranno innocentisti e colpevolisti, e risse giudiziarie di periti, come quella di Cogne, fino a quando non si disporrà di microscopi per misurare le distorsioni dell’animo. Fino ad allora, fidiamoci della scienza, ma senza esagerare. Evitando, magari, di costruire «mostri» sui quali scaricare le nostre paure.