Gli eroi coi baffi a manubrio in marcia verso la sofferenza

CORSA Donato Pavesi, Harold Ross e gli altri: una saga fra squalifiche, doping e buon vino

Cent’anni fa, a Milano in una notte di tardo autunno - erano le 2,30 del 28 di novembre del 1909 e faceva un freddo tremendo - prendeva il via una delle grandi leggende dello sport italiano: la Cento Chilometri di marcia.
I bar della zona di porta Genova, dove era stata fissata la partenza, erano pieni fin dal tramonto. Gli atleti avrebbero dovuto raggiungere Pavia per fare poi ritorno a Milano, all’Arena, dov’era previsto l’arrivo. I centosette partenti, vestiti con maglioni pesanti, battevano i piedi e si strofinavano le mani - come tutti i presenti, che a quell’ora affollavano strade e marciapiedi. Le forze dell’ordine tentavano invano di fare un po’ di spazio tra la folla e gli atleti, ma era pressoché impossibile: tutti volevano vedere, stringere mani, rubare un autografo. Nel manipolo di eroi c’erano tanti nomi noti: i nostri Pavesi, Bersani, Mariani e l’inglese Harold Ross. Nomi che oggi non dicono più nulla se non agli appassionati, ma che furono oggetto - non meno dei campioni della Mille Miglia - di autentica venerazione popolare. Alle due e trenta in punto si parte. Gli atleti devono farsi largo a gomitate. Che città meravigliosa questa nostra Milano, che ci tiene in piedi nel cuore della notte per vedere una cosa come questa!
È l’incipit di un grande romanzo popolare fatto di gloria e dolore e durato fino al 1960. Alla Cento Chilometri Carlo Monti, ex campione di atletica e storico dello sport, dedica un commosso volume, 100 x 100 (ExCogita Editore, pagg. 264, euro 19,50). La passione certosina di Monti, che ripercorre tutta l’epopea edizione dopo edizione (vi furono due soli intervalli, dal 1915 al 1918 e dal 1937 al 1945 inclusi) ha il pregio di mettere in primo piano le qualità umane dei protagonisti, il loro stile, la loro immensa resistenza fisica, la loro passione. C’è chi dimostra maggior acume tattico, chi abnegazione fino all’esaurimento fisico, chi possiede forza ma è troppo ingenuo. Quello che non manca mai è il freddo, la nebbia, spesso la fame, la solitudine.
Fu La Gazzetta dello Sport a lanciare la manifestazione. Giornalisti bastardi, come sempre. Un po’ tromboni, forse. Ma, alla fine, eroi anche loro. Gli stralci di cronaca, riportati da Monti, sono anche un inno al giornalismo di allora, fatto da gente che in fondo non era poi così diversa dai marciatori che sponsorizzava. Tutti figli delle stesse mamme italiane, tutti destinati - chi più chi meno - a soffrire. E poi ci fu la Prima guerra mondiale, e poi anche la Seconda. Ma per 51 anni, ogni anno, dalla nebbia autunnale, che agli occhi del lettore si trasforma nella nebbia della Storia (e ne ha prodotta di nebbia, la Storia, in quel mezzo secolo!), quei grandi atleti sbucano, stremati, per avviarsi al traguardo, poco importa se primi o centesimi: alla Cento Chilometri l’importante non era innanzitutto vincere, ma nemmeno partecipare: l’importante era arrivare in fondo.
Come tutte le grandi epopee, anche la Cento Chilometri ebbe il suo grande protagonista: Donato Pavesi, uno dei migliori marciatori italiani di sempre, genio e sregolatezza, che vinse sei edizioni, cinque volte giunse secondo e due volte terzo, ebbe squalifiche, fu pagato per perdere, fu sospettato di professionismo e di doping, vinse una Londra-Brighton (la Milano-Sanremo della marcia) e partecipò due volte alle Olimpiadi: nel ’20 fu squalificato quando ancora poteva vincere e nel ’24 giunse quarto. Donato Pavesi morì nel 1948 al modo di Molière: quello recitando ne Il malato immaginario, lui marciando, inossidabile, in una gara organizzata apposta in suo onore. Questa è gloria (per lui senza dubbio, per lo sport sicuramente, molto ma molto meno per la moglie e i figli).
Ma dietro Pavesi centinaia di nomi, di volti si accalcano sulle pagine del libro. Il postino romano Del Sole, che di nome faceva Silla, il leale triestino Giusto Umeck, i tedeschi Karl Brockmann e Karl Hahnel, il sagace Carlo Giani, i grandissimi Giuseppe Dordoni, John Ljunggren, Donald Thompson, fino ai travet, mai classificati, come Brenno Ponton, cui Monti dedica l’ultimo, bellissimo ritratto: quattro partecipazioni, tre portate a termine, l’ultima «naufragata in un bicchiere di Valpolicella». E più le foto sono sbiadite, più il demone pedestre che animava questi eroi sembra voler saltar fuori a lanciarci la loro sfida: in quante ore ve li fareste, voi palestrati, quei dannati cento chilometri? E la sfida è così pungente che, terminato il libro, vien voglia di raccoglierla.
Ma allora, perché non pensare - in questi anni nei quali Milano dovrebbe (dovrebbe) tornare ai fasti di un tempo - a un’edizione speciale, magari nel 2015, della Cento Chilometri? Pensiamoci. In fondo, i suoi eroi sono figli delle viscere di questa Milano, di questa Italia.