Errore di identità sul Colle

Si può giudicare in vari modi il discorso «presidenziale» di Giorgio Napolitano. Si è trattato, infatti, di un'orazione misurata ed elegante, com'è nello stile dell'uomo, che ha offerto motivi di aperta soddisfazione alla retorica della sinistra post-comunista ma anche significativi segnali di apertura all'opposizione. Si possono rimarcare gli uni o gli altri, a seconda del punto di vista, ricavandone giudizi persino opposti ma ugualmente legittimi. Ed è proprio ciò che è accaduto nei primi commenti. Su un punto del discorso, però, l'attenzione dell'opinione pubblica non è stata richiamata in modo adeguato: eppure si tratta di una questione di grande rilevanza politica, culturale e persino filosofica.
Napolitano ha giustamente evocato l'inderogabile necessità di una «memoria condivisa come premessa di una comune identità nazionale». Subito dopo, però, ha precisato che tale comune identità trova «il suo fondamento nei valori della Costituzione». E, più avanti, è stato ancora più esplicito sostenendo che «è giusto parlare di unità costituzionale come sostrato dell'unità nazionale».
Ebbene, io credo che dietro questa convinzione si nasconda la vera «trappola» che sta di fronte al settennato di Napolitano. Una trappola che, ove non superata, gli impedirebbe di diventare il presidente di tutti come egli e molti altri (noi compresi) sinceramente auspicano. L'obiezione è molto semplice: in nessun modo l'identità della nazione italiana può esser fatta derivare in modo esclusivo dai principi della Costituzione. Per almeno due grandi ragioni.
1) La nazione italiana non nasce nel 1945 né nel 1948. È figlia di una storia antica. Non credo possano esserci dubbi che, ai fini della costruzione della nostra identità, Tommaso d'Aquino, Dante, Machiavelli o Manzoni, solo per fare alcuni nomi, siano più importanti di Calamandrei, Terracini e dello stesso De Gasperi. D'altra parte, lo stesso Napolitano, rispondendo al Papa, ha fatto proprio «il riferimento ai valori umani e cristiani che sono patrimonio del popolo italiano, ben sapendo quale sia stato il profondo rapporto storico tra la cristianità e il farsi dell'Europa». Parole ineccepibili: che però contraddicono la tesi che l'identità della nazione italiana possa esaurirsi nella sua Costituzione. Negli Stati Uniti nazione e Costituzione nascono insieme. In Italia no. Dunque il nostro patriottismo (e più in generale quello europeo) non può fondarsi soltanto sul «patriottismo costituzionale».
2) Napolitano ha ricordato come i Costituenti abbiano voluto una Carta che durasse nel tempo ma assolutamente riformabile. Ma come potrebbe essere riformabile una Carta che rappresentasse l'identità nazionale? Non potrebbe: ed è esattamente questa la tesi dei «conservatori» che, da decenni, si oppongono ad ogni riforma e si preparano a farlo anche al prossimo referendum. Ancor più probante è la circostanza che la Costituzione si possa modificare anche nella sua prima parte, quella dei valori. Non è un mistero per nessuno, ad esempio, che a moltissimi italiani non piace la definizione, pur esaltata da Napolitano, della «Repubblica fondata sul lavoro» alla quale preferirebbero la formula di «Repubblica fondata sulla dignità della persona». Vogliamo considerare questa ipotesi alternativa, e i movimenti che la proponessero, fuori dall'identità nazionale? Non credo. La Carta Costituzionale è certamente il nostro grande riferimento politico. Ma è ancora ampiamente da modificare per renderla più moderna. E lo si può fare proprio perché essa non è il fondamento della nostra identità nazionale. È una parte importante della nostra memoria condivisa: ma non l'esaurisce. Caro presidente, mettersi d'accordo su questo punto è il primo passo per costruire un Paese dai «valori condivisi».