Gli esperti: anche in Italia ci sono casi di «disadozione»

Per la legge americana la potestà dei genitori può cessare solo se il minore è d’accordo. E in questo caso vuol restare

Enza Cusmai

Alcuni acquistano un cagnolino, poi si accorgono che è irrequieto, scomodo da gestire e lo scaricano in un canile. E se sostituiamo il cagnolino con un bambino adottato? È possibile restituirlo? Possibile che dopo avergli dato affetto e speranze venga rifiutato per un’incompatibilità, un’anomalia prima non rilevata? Sì: è possibile, anche in Italia. Cambiano le modalità, non la sostanza. Nel nostro Paese si può restituire un minore italiano che «non piace» perché violento o troppo difficile o malato, ma nel periodo pre-adottivo che dura un anno. In questa fase genitori e figlio si studiano, vivono sotto lo stesso tetto e alla fine si accettano a vicenda oppure no. E nella peggiore delle ipotesi il bambino torna da dov’è arrivato: orfanotrofio o casa famiglia.
Diversa la trafila dell’adozione internazionale. In questo caso non esiste neppure il periodo «di prova». Il bambino straniero viene osservato dalla coppia nel suo Paese d’origine ed entra in Italia già figlio legittimo. Niente ripensamenti: la coppia diventa responsabile a tutti gli effetti come un genitore naturale. E la convivenza è tutta da scoprire. Tanto che a volte scatta il rifiuto del bimbo solo dopo mesi o anni dal suo arrivo.
Ma questi rifiuti avvengono con una certa frequenza? «Sì, qualche volta capita che un’adozione fallisca perché non si verifica quell’incontro idilliaco che la coppia si aspettava di avere con il bambino», spiega Magda Brienza, presidente del tribunale dei minori di Roma. «Soprattutto nel rapporto adottivo, il genitore nutre aspettative dal figlio che poi vengono disattese. Da qui può scattare più facilmente il rifiuto. Non possiamo dimenticare che questi bambini hanno grosse carenze affettive, hanno già subìto traumi e possono presentare qualche difficoltà in più a inserirsi nel contesto sociale nuovo». Le conseguenze? «Scatta l’intervento dei servizi sociali e nei casi peggiori si arriva alla decadenza della potestà, anche se i genitori hanno il dovere di mantenere il figlio adottivo fino alla maggiore età oppure fino alla conclusione degli studi». Dunque, si può ripudiare un figlio ma non abbandonarlo da un punto di vista economico. Anche Livia Pomodoro, presidente dei minori di Milano conferma: «Quando non si riesce a creare un’empatia può accadere che un minore adottato venga restituito dopo un giorno ma anche dopo anni». Anche Luigi Fadiga Docente di diritto minorile università Lumsa di Roma già presidente del tribunale dei minori di Roma, ammette: «Restituire il bambino non interrompe il legame di filiazione». Gli fa eco Adriano Sansa, presidente del tribunale dei minori di Genova: «Le coppie adottive a volte non sono in grado di proseguire nel loro compito educativo a causa di impreviste rotture dell’equilibrio familiare: mi ricordo di un caso in cui una madre voleva restituire il figlio perché, dopo la morte del marito, non era più in grado di mantenerlo». Però, precisa Sansa, il figlio adottivo è come un figlio biologico, verso di lui rimangono i doveri di un padre e una madre naturale.