«Un’esposizione pensata per esaltare il dipinto»

Dallo studio di restauro di Roma a Palazzo Marino. La fortunata coppia Valeria Merlini-Daniela Storti è ormai diventata celebre per i raffinati allestimenti delle «mostre a soggetto unico» che Eni da tre anni organizza in collaborazione con il Comune di Milano e prodotta da Aleart Progetto d’Immagine. «Noi siamo restauratrici - conferma Valeria Merlini - e siamo approdate a Milano con il nostro restauro della Conversione di Saulo del Caravaggio, appartenente alla collezione Odescalchi, che venne esposta nella Sala dell’Alessi nel 2008. La seconda esposizione del 2009 aveva al centro il San Giovanni Battista di Leonardo, arrivato in Italia dal Louvre grazie a Eni. Questa volta il dipinto non aveva bisogno di interventi, come del resto non ne occorrono alla Donna allo specchio già oggetto a suo tempo delle cure dei restauratori del Louvre, ma abbiamo continuato a curare gli allestimenti».
Per un’esposizione così particolare, a soggetto unico, è necessaria una lettura attenta del dipinto di modo che l’ambiente circostante ne esalti le caratteristiche e catturi l’attenzione dello spettatore facendo appello non solo al suo desiderio di conoscenza ma alla sua sensibilità, alle sue emozioni. Diversa è infatti l’impressione che un’opera pittorica esercita sullo spettatore in una rassegna o in un museo in cui è accostata ad altre opere, diverso è l'effetto che sprigiona da sola.
Daniela Storti illustra la particolarità di questi allestimenti «in cui la teca che contiene il quadro - spiega - è il punto focale dell’esposizione. L’allestimento naturalmente cambia a seconda del soggetto. La drammatica Conversione di Saulo aveva un forte impatto emozionale, per Leonardo è stato studiata una sorta di percorso labirintico che dal buio portava alla luce. Quest’anno il discorso cambia completamente perché ci troviamo di fronte a un soggetto non religioso ma fortemente “laico”, a una rappresentazione intima, quasi segreta, della femminilità». Come riferiamo più ampiamente nelle altre pagine, Daniela Storti ha voluto un interno veneziano del Cinquecento, grazie ad alcuni particolari e ai materiali scelti quali il legno del pavimento e la tela di cotone delle pareti, di modo che lo spettatore sia quasi guidato dentro alla camera in cui la bella signora si appresta a compiere la toeletta del mattino. «È importante anche sottolineare la tridimensionalità del dipinto - prosegue Valeria Merlini, curatrice con Daniela Storti del catalogo Skira - in cui probabilmente Tiziano si è esercitato nella sfida in corso all’epoca fra pittura e scultura. Al di là dei significati simbolici o allegorici, infatti, l’artista, con il gioco dei due specchi che gli porge l’acconciatore, uno di fronte e uno alle spalle della donna, intende esprimere la capacità della pittura di gareggiare con la scultura nella rappresentazione a tutto tondo».
Siamo di fronte a un dipinto giovanile dell’artista cadorino ma che già ne rivela tutta la grandezza. «Questo Tiziano “giovane” - conferma Valeria Merlini, autrice dello studio in catalogo - è cromaticamente più netto del Tiziano futuro la cui pittura evolve con il tempo verso una pennellata rapida, uno stile compendiario che lo renderà persino un ispiratore degli espressionisti. Questo aspetto della lunga vicenda artistica di Tiziano è da tempo al centro di un dibattito critico tra chi sostiene che il mutare della tecnica artistica è dovuto all’avanzare dell’età dell’artista la cui vista cala con gli anni, e chi invece la ritiene una vera e propria evoluzione stilistica. Io propenderei per la seconda ipotesi: Tiziano è veramente un artista rivoluzionario, certamente non compreso appieno dai contemporanei. Anche il Vasari si dimostrò perplesso di fronte alla predominanza della pennellata sul disegno. Ma anche in quest’opera giovanile, ancora straordinariamente accurata nell’esecuzione pittorica, le pennellate rapide e leggere con cui è resa la treccia sciolta della donna, già lasciano intuire la sua idea futura».
Questo artista straordinariamente longevo è anche forse il genio italiano più internazionale dell’epoca. «Prediletto dagli Este e dai Gonzaga, fu ammirato da Carlo V e da Filippo II - spiega Daniela Storti - influenzò Rubens e tutta la pittura del Nord Europa fino all’Ottocento francese (pensiamo all’Olympia di Manet, dichiaratamente ispirata alla sua Venere di Urbino) e agli espressionisti». Una carriera folgorante, una lunga esistenza agiata, nello splendore artistico e nella potenza economica di una Serenissima che ancora non conosceva la decadenza, lasciandosi alle spalle le stupende Veneri, Danae, Diane, Andromede che ne proclamano per sempre la grandezza. Ma una vita privata spesso amara. La diletta compagna Cecilia Soldano, che il pittore sposò nel 1525 dopo la nascita dei due figli maschi, e morì nel 1531 lasciandogli una terza figlia di pochi mesi, Lavinia, destinata anche lei a morire giovane.
Dei due maschi, il primo, Pomponio, avviato alla carriera ecclesiastica, fu in realtà il dilapidatore dell’eredità paterna. Il secondo, Orazio, suo fedele collaboratore, fu un pittore mediocre. Il genio non si trasmette con i geni.