Addio ad Ariel Sharon eroe in guerra e in pace

Lo Stato ebraico piange uno dei suoi grandi. Generale a 28 anni, aveva la fama di "duro" con i nemici arabi, ma da premier ordinò con coraggio il ritiro da Gaza

Sharon con Moshe Dayan sul canale di Suez (giugno 1967)

Arik, ora, non c'è veramente più. E proprio ora i palestinesi potrebbero ricordarlo come il nemico che offrì loro le condizioni migliori per costruire un autentico Stato e una pace duratura. Condizioni svanite per sempre assieme a lui. La storia della pace incompiuta di Ariel Sharon è uno dei paradossi che accompagnerà il corteo funebre di questo controverso artefice della storia militare e politica israeliana. Ma per raccontare Ariel Sharon, detto Arik, spentosi a quasi 86 anni dopo averne trascorsi otto in coma, bisogna partire dalla canna del fucile. Senza un fucile tra le mani quel giovane ebreo arruolatosi a 14 anni come volontario tra i paramilitari sionisti del Gadna e dell'Haganah non sarebbe mai diventato un condottiero e un uomo di Stato. La stoffa del condottiero la esibisce ancor prima della guerra d'indipendenza del 1948 inanellando una serie di azioni contro i villaggi arabi di Gerusalemme, partecipando a combattimenti spietati e rimediando, tra le altre, una grave ferita allo stomaco. Combattente imprevedibile e spregiudicato Arik è amato dai compagni, detestato dai superiori e temuto dal nemico. Quando nel 1951 fonda l'Unità 101, una forza d'elite progettata per eliminare i capi fedayn, si trasforma nel terrore dei palestinesi obbiettivo delle sue rappresaglie. Nel 1956 dopo i successi di Mitla Pass nel Sinai il generale Sharon, comandante di una brigata paracadutisti, si ritrova invece a far i conti con le accuse dei superiori che gli rimproverano lo scialo di 38 vite di soldati sacrificati nel nome di una vittoria troppo temeraria. Da quel momento, però, il Sinai diventa il suo regno. Nel '67 le sue geniali manovre di carri disintegrano le forze corazzate egiziane e diventano materia di studio nelle scuole di guerra. Durante la guerra del Kippur dell'ottobre 1973, Arik ritorna dal congedo per guidare uno sbarco sul versante egiziano di Suez e lanciare un offensiva decisiva per la salvezza d'Israele.

Sharon non rinuncia alla sua indole da condottiero spregiudicato neppure da ministro della difesa. L'invasione del Libano del 1982 è una mossa audace e sfacciata, progettata per sloggiare le milizie palestinesi e bloccarne le incursioni in territorio israeliano. Pur di conseguire il suo obbiettivo e costringere il nemico Arafat all'esilio, Sharon non si fa scrupoli a bombardare e radere al suolo i quartieri palestinesi. A battaglia vinta deve però fare i conti con il mattatoio di Sabra e Chatila, i due campi profughi di Beirut dove i falangisti cristiani hanno fatto strage di palestinesi. Il ministro della difesa Ariel Sharon si trasforma così da stratega in grande inquisito, sospettato di aver chiuso entrambi gli occhi davanti alla vendetta falangista. La sentenza di responsabilità indiretta emessa nel 1983 dalla commissione Kahan chiude la sua carriera politica fino al settembre 2000, quando la sua «passeggiata» sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme innesca la seconda intifada palestinese. In quel clima il combattente Ariel Sharon rinasce a nuova vita. Nel 2002, riconquistata la guida del Likud e la poltrona di premier, liquida le forze paramilitari palestinesi e assedia Arafat all'interno del suo stesso palazzo. Da quella ritrovata vittoria militare nasce lo Sharon statista, lo Sharon che rinnega il suo passato di coriaceo sostenitore degli insediamenti per rivendicare l'indifferibile necessità del ritiro unilaterale da Gaza dell'estate del 2005. Quel ritiro lacera il Paese, ma non ferma l'ex generale. Arik sa che la scommessa di «due Stati per due popoli» - ratificata per la prima volta da un leader israeliano - si gioca in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Per realizzarla non esita a promettere ai palestinesi la gran parte della Cisgiordania. Subito dopo si sbarazza del Likud e dà vita ad un nuovo partito centrista battezzato Kadima ovvero «avanti». Rapito dall'ennesima battaglia visionaria, non si cura dei rischi banali affrontati nel corso di una vita disordinata dove neppure colesterolo, obesità e alta pressione frenano una smodata voglia di cibo. Il primo avvertimento arriva il 18 dicembre 2005 quando un piccolo ictus lo appanna per qualche minuto. Ma Arik non tollera i rinvii. Si rialza la sera stessa, riprende la corsa verso quelle elezioni dove solo la vittoria di Kadima può garantire la realizzazione del suo progetto di pace. Ma il 4 gennaio 2006 l'ictus morde ancora. Per gli otto anni successivi vegeta in quel mondo di ombre dove la vita non è più tale e la morte non lo è ancora. I palestinesi forse non andranno al suo funerale, ma un giorno dovranno ammetterlo, solo la malattia e la morte hanno impedito ad Arik di vincere anche in tempo di pace e trasformarsi nel migliore dei loro nemici.