Le baby stelle fatte in casa che fanno impazzire Tokyo

Cantano e ballano vestite da scolarette: un look costruito a misura di manie giapponesi ha trasformato cento ragazze qualunque in idoli. Il loro marchio fa vendere pure i bond

Le AKB48 con il loro produttore

Samurai. Sushi. Shinzo Abe. Sono le parole che probabilmente vi vengono in mente se qualcuno pronuncia la parola Giappone. Storia. Tradizione. Politica. Grandi guerrieri, il cibo globale, un primo ministro che fa discutere il mondo con le sue scelte. Perfetto. Ma avete mai sentito parlare delle AKB48? Nella nostra parte del mondo gli idoli dei giovanissimi sono gli One Direction, Violetta, Justin Bieber, Miley Cyrus, i figli del talent show che radunano masse per una stagione, lontani, inafferrabili, bad boy ricchissimi e tatuati. Nel paese del Sol Levante, invece, gli idoli si costruiscono in casa, hanno una struttura precisa, regole quasi militari, nascono per diventare un fenomeno totalizzante. Chi sono le AKB48? Prendete un centinaio di ragazze, tutte carine, sorridenti ed estroverse. Cucite loro addosso tutte le ossessioni dei giapponesi: divise da scolarette, gonne corte, calze parigine. Poi fatele cantare e ballare ammiccando sensualmente, ma senza mai essere esplicite. Costruite intorno a loro una macchina per far soldi, un fenomeno da duecento milioni di dollari all'anno, ogni tipo di business possibile. Fatto? Ecco, avete immaginato le AKB48. In Giappone se un prodotto ha il loro marchio aumenta le vendite, dalla biancheria intima alle bibite gassate, dai prodotti per capelli fino ai titoli di stato - sì, nel 2012 i bond giapponesi per la ricostruzione delle zone terremotate sono stati sponsorizzati dalla band. A far diventare le AKB48 il gruppo pop più famoso del Giappone è stata l'intuizione, nel 2005, del produttore Yasushi Akimoto: dare al marchio rappresentato dal nome del gruppo una vita propria, ma non far emergere nessuno dei suoi membri, democratizzare la popolarità e coinvolgere di volta in volta il pubblico nella scelta di chi merita il posto all'interno della band. Le ragazze sono divise in quattro squadre, ai maschi è di solito riservato un posto tra i musicisti. I settimanali giapponesi sono costantemente occupati da notizie sulle AKB48, dalla ragazza che in realtà era un robot, fino all'altra che si rasò i capelli in diretta su YouTube come atto di penitenza per aver violato la regola di castità giacendo con il fidanzato. Le AKB48 hanno regole di vita ferree perché gli idoli devono essere d'esempio. Se infrangi le regole, sei fuori. Tuttavia, sommando i vecchi membri con quelli attuali, a Tokyo non c'è una sola persona che non abbia un amico, un parente, un conoscente, che non abbia militato nelle AKB48 (il nome della band viene dalla zona della capitale dove c'è il quartier generale delle ragazze). Può sembrare un fenomeno stracittadino, ma le AKB48 vendono così tanto che il fatturato dei loro dischi - una media di un milione di copie il giorno stesso della pubblicazione - traina di fatto il mercato globale discografico. Inoltre, se il digitale è l'unico settore dell'industria musicale che ha conosciuto poco la crisi, in Giappone si vendono ancora i cd. Il perché è presto detto: per il valore aggiunto. I fan delle AKB48 non scaricano da internet la musica perché solo acquistando il cd hanno la possibilità di partecipare agli akushukai, i bagni di folla con stretta di mano ai quali periodicamente si sottopongono, a turno, alcuni membri della band. Fino a pochi giorni fa gli akushukai erano sospesi per via di un'aggressione subita a fine maggio dalle due AKB48 Anna Iriyama, Rina Kawaei. Un ventiquattrenne giapponese si era presentato a un evento con una sega e aveva assalito le ragazze, costringendo una delle due a un'operazione chirurgica. L'episodio aveva fatto mettere in discussione la sicurezza di certi eventi, ma garantire l'incolumità delle ragazze avrebbe significato allontanarle dal loro pubblico. Gli akushukai sono ricominciati, e l'aggressione sarà inserita nel film Documentary of AKB48 The Time has come, prossimamente nelle sale cinematografiche. Tagliatemi tutto, ma non il mio business.