Da cento giorni in attesa del ritorno di Domenico Quirico

L'inviato della Stampa è vivo, ma ancora non è tornato a casa. Entrato in Siria dal confine libanese, voleva raccontare la guerra civile

Di lui si sa che è vivo. Probabilmente da qualche parte in Siria. Non molto di più. Da cento giorni i colleghi della Stampa attendono di rivedere il volto di Domenico Quirico, inviato del quotidiano torinese scomparso nella terra di Assad, rapito da uno dei gruppi che agiscono sul territorio, in una guerra civile in cui è sempre più complicato classificare lealisti e oppositori, nel continuo sorgere di nuove sigle e fazioni.

Dal 29 aprile, quando il direttore Mario Calabresi ha reso noto la sparizione del giornalista, sono passati quasi tre mesi. Dal nove, venti giorni prima, il giornale aveva perso ogni contatto con il proprio inviato, entrato in Siria da sud, dal confine che divide Assad dagli alleati libanesi, responsabili della vittoria delle forze governative nella città meridionale di Qusayr, riconquista strategica per il governo del leone di Damasco.

Prima Homs, poi verso sud, fino a raggiungere la capitale. Questo il percorso che Quirico aveva in mente, per raccontare la vita nel baluardo degli insorti e poi nella Damasco di Assad. Un viaggio interrotto dal rapimento e da molti giorni di silenzio, spezzati da una breve telefonata alla moglie, il sei giugno. Solo pochi giorni prima le due figlie di Quirico, Metella ed Eleonora, avevano lanciato un appello, diffuso in tutto il mondo arabo, chiedendo informazioni sulla sorte del padre.