«Europa attenta: senza unità sei marginale»

«Non siamo più dipendenti dagli Usa. Ci sono Cina e India, di cui l’Ue deve diventare socio. La crisi dei mercati? In parte è salutare»

nostro inviato a Cernobbio

«Ci mancano la capacità organizzativa e la costanza nell’impegno di ogni giorno. Sappiamo raggiungere un obiettivo preciso ma limitato nel tempo, come ha dimostrato la nazionale di calcio agli ultimi mondiali. Peccato che, però, non abbiamo la forza per tenere duro e fare le cose giuste nella quotidianità e sul lungo periodo». Ferdinando Beccalli-Falco usa la metafora calcistica più popolare, per descrivere la condizione della nostra economia e della nostra società. Beccalli-Falco, uno dei pochi italiani ai vertici dell’industria internazionale, è Ceo di GE International. Dopo Cernobbio, da oggi al 2 ottobre, si recherà negli Stati Uniti, in Argentina, in Turchia, in Germania, in Ungheria, in Cina, in Giappone e in Indonesia. Dall’oblò di un aereo, condizione normale per un top manager di un grande gruppo globalizzato, osserva quindi l’Italia, con le sue contraddizioni e i suoi punti di forza.
L’organizzazione è quindi il nostro primo problema?
«Sì, e vale non solo nell’economia. Abbiamo, in tutti i campi, strutture organizzative sfilacciate. E l’organizzazione e la gestione dei processi sono fattori essenziali per sviluppare quei talenti singoli che in Italia possediamo in grande misura ma che, alla fine, non riusciamo a sviluppare appieno. Basta vedere che cosa mi è successo. Ero uno studente normale. Al Politecnico di Torino, sul libretto avevo qualche 30, molti voti intermedi e dei 18. Eppure, dentro a una organizzazione internazionale razionale ed efficiente, le mie qualità effettive hanno potuto, giorno dopo giorno, realizzarsi».
Oggi l’Italia vive la crisi della grande impresa. Il sistema produttivo è sufficiente o ha in sé fragilità eccessive?
«Ormai il nostro Paese ha poche grandi industrie: Fiat, Eni, Telecom Italia, Finmeccanica, Enel. Manca la chimica. Non abbiamo più l’informatica. La questione è che soltanto la grande impresa può fare vera ricerca e vera innovazione. Servono tanti soldi. E, soprattutto, bisogna avere la possibilità di sbagliare. Faccio un esempio: noi di General Electric forniamo ai 777 della Boeing il GI 90. Questo motore, all’inizio, ha avuto molti problemi. Grazie alle nostre dimensioni, abbiamo potuto impiegare risorse e tempo trasformandolo nel migliore motore al mondo. Se fossimo stati più piccoli, non avremmo potuto farlo. Ecco perché la grande impresa, in un sistema complesso, svolge una funzione basilare. E per questa ragione l’Italia non ne può fare a meno».
Il nostro Paese, nei nuovi equilibri internazionali, è condannato alla marginalità economica?
«È l’intera Europa a esserlo. A patto che non si trasformi in una vera unione politica. E soltanto l’asse Sarkozy-Merkel può farla diventare tale. Oggi la geo-economia è diventata policentrica: la molteplicità di protagonisti consente una minore dipendenza dagli Usa, il contesto è stato stravolto da Cina e India, che dispongono di un vantaggio competitivo sul costo del lavoro non colmabile. Sopravviveremo soltanto giocando su due piani: diventandone soci per beneficiare anche noi del costo del lavoro e affrontandoli come concorrenti con le armi dell’innovazione tecnologica. Restano poi le peculiarità del Made in Italy: design, estetica e gusto. Ma da sole non bastano».
Lei è ai vertici del maggiore gruppo industriale al mondo. La crisi attuale dei subprime rischia di minare il sistema?
«Non so valutare gli effetti di lungo periodo. Osservo però che esiste una componente salutare nelle crisi di questo tipo. La crescita è sana. La crescita fa bene. Ma ci sono eccessi che, alla fine, si pagano. Ed è giusto che, a un certo punto, l’economia americana faccia i conti con le proprie esagerazioni. Perché, pensare di allargare a dismisura un mercato come quello immobiliare concedendo mutui a tutti e di ridurre al massimo i rischi con l’ingegneria finanziaria, è stata senz’altro un’esagerazione».