«Europa debole con l’Islam la situazione può esplodere»

Pera: «Dopo l’assalto al consolato di Bengasi non ho visto riunioni speciali delle istituzioni dell’Ue, non ho trovato un continente fiero di sé»

Il manifesto di Marcello Pera ha già suscitato molte polemiche, soprattutto a sinistra. Il direttore del Giornale Maurizio Belpietro ne ha parlato con il presidente del Senato nella trasmissione L’Antipatico andata in onda ieri sera su Rete 4. Ecco ampi stralci dell’intervista.
Presidente Pera, davvero noi siamo genuflessi all’Islam, c’è qualcosa che le fa pensare che in queste settimane, in questi mesi noi ci siamo genuflessi?
«C’è certamente una crisi di identità dell’Occidente, in particolare dell’Europa. Desidero ricordare qui le parole di Papa Benedetto XVI quando ha detto che l’Occidente non ama più se stesso e che di tutta la sua storia vede soltanto ciò che è deprecabile e non invece ciò che è commendevole e importante. C’è una crisi di identità in Europa e l’Europa non è stata in grado di scrivere una Costituzione che contenesse un riferimento alla sua storia, quella che insegniamo tutti i giorni a scuola, cioè la storia di un continente giudaico-cristiano. C’è una debolezza dell’Europa nei confronti di accuse, critiche, ahimè anche assalti e, qualche volta, attacchi armati, come se l’Europa fosse incerta e non avesse una voce autorevole da far sentire».
Quindi vuol dire che, per esempio, nel caso recente di Bengasi l’Europa non si è fatta sentire come avrebbe dovuto?
«Proprio ieri il primo ministro danese Rasmussen ha detto che ormai è una questione tra l’Unione europea e il mondo musulmano. Io non ho visto nessuna riunione particolare del Consiglio europeo, non ho visto una riunione del Parlamento europeo, non ho visto una riunione ad hoc della Commissione: non ho trovato un’Europa molto fiera di sé, naturalmente da un lato dialogante, ma dall’altro lato ferma, che rispondesse a questi attacchi».
È una resa per l’Occidente?
«Se non abbiamo consapevolezza di noi stessi, il rischio è proprio di una resa, ma nel senso culturale: la resa della identità. Talvolta ho anche sentito che alcune vignette, magari di gusto discutibile, o alcune camicette, magari anche di pessimo gusto se indossate da un ministro, sarebbero state la causa di reazioni così violente. Ora non è pensabile che si possano bruciare chiese, uccidere cristiani, ammazzare persone, attaccare ambasciate e consolati soltanto perché in Occidente, magari talvolta lievemente abusando della libertà di espressione e di opinione, si prendono delle posizioni critiche».
Cioè lei non giustifica Calderoli ma, sostanzialmente, condanna invece chi ha fatto atti di violenza.
«Esiste una sproporzione che è inaccettabile. Calderoli ha sbagliato perché un ministro non dovrebbe lasciarsi andare ad atti di irrisione come lui ha fatto. Tuttavia quello che è accaduto dopo è qualcosa che si preparava già prima».
Quindi lei pensa che fosse organizzato?
«Be’, è stata la cronologia degli eventi a dimostrare che erano già partite queste reazioni e queste accuse nei confronti dell’Italia e anche dell’intera Europa. Calderoli è servito come una miccia, il quale ha fatto innescare un esplosivo, ma non c’è un rapporto di causa-effetto».
Lo sa che i suoi critici sostengono che le sue tesi alimentano lo scontro di civiltà?
«Naturalmente lo so, ma io non sono per lo scontro di civiltà e aggiungo. Se uno scontro di civiltà c’è, se uno scontro di religione esiste, questo scontro è quello alimentato da estremisti radicali fanatici islamici i quali, piegando ai loro fini anche la loro religione, chiamano masse di musulmani alla rivolta nei confronti dell’Occidente. E dicono: l’Occidente è un Grande Satana, l’Occidente è corrotto, l’America in particolare deve essere abbattuta. E perché? Bisogna leggere i loro comunicati. Nei loro comunicati c’è scritto che noi dovremmo essere abbattuti perché siamo giudei e crociati. Cioè apparteniamo proprio a quella tradizione giudaico-cristiana di cui io invece, credo, dovremmo essere fieri».
Lei ha anche aggiunto, in questo manifesto, che il dialogo ci può essere con l’Islam solo quando c’è reciprocità. Ma dov’è la reciprocità nei Paesi islamici?
«Dovrebbe esserci, e questa è una delle funzioni che l’Occidente deve svolgere nei confronti dei Paesi islamici. Noi abbiamo buoni rapporti con tantissimi Paesi arabi e islamici, con quelli che vogliono dialogare con noi. Abbiamo rapporti di cooperazione, collaborazione, economici, culturali e così via. Allora io credo che sia importante anche da parte di questi Paesi concedere, ad esempio, ai loro cittadini gli stessi diritti che noi concediamo ai loro cittadini quando sono immigrati. Quando si parla di reciprocità, voglio fare un esempio: se noi riteniamo sacrosanta e giusta la parità fra uomo e donna, non possiamo pensare che la parità tra uomo e donna non valga in altri Paesi. Se noi pensiamo che lo Stato laico sia un bene, dobbiamo pensare che questo sia un bene anche altrove. E così via. Soprattutto se noi pensiamo che sia giusto concedere massima libertà di religione e di culto ai cittadini immigrati e quindi concedere l’apertura di moschee, abbiamo anche il diritto di ritenere che questi Paesi facciano del loro meglio per concedere analoga libertà di culto per quanto riguarda la fede cristiana».
Come si fa la reciprocità se non c’è un Islam moderato?
«Io non credo che non ci sia. C’è un Islam moderato perché ci sono, ad esempio in Italia e in Europa, molti cittadini e comunque immigrati di fede islamica che noi integriamo e che sono integrati nella nostra società. Quindi l’interlocutore credo che esista ma se non esiste o se è debole, è anche un compito dell’Europa o dell’Occidente investirlo di responsabilità. Certo è che bisogna essere fermi su certi punti: dobbiamo dire di no a colui che predica la distruzione dello Stato di Israele, dobbiamo dire di no a quei movimenti politici, anche in Palestina, che predicano la stessa lezione e dobbiamo essere inflessibili su questo punto perché altrimenti mettiamo a rischio non soltanto la nostra identità, non soltanto la nostra civiltà, ma anche le relazioni internazionali. E questa è una situazione che può diventare esplosiva».
Oriana Fallaci vuole fare una vignetta su Maometto: lei la ritiene un’iniziativa incauta, la inviterebbe a non farlo oppure no?
«Nella nostra Europa e nella nostra America e, comunque, nel nostro Occidente le vignette sono solitamente innocue e sono il pane della democrazia. Certo bisogna che non siano troppo irriverenti e offensive perché altrimenti si incorre nelle censure. Mi auguro che non sia considerata una provocazione, perché non penso che lo sia».
Chi saranno i sostenitori di questo manifesto?
«Sono già un gruppo nutrito di parlamentari che sono promotori assieme a me e che lo hanno sottoscritto».
È una sorta di partito?
«No, non è un partito. Ho cercato di chiarirlo con precisione: non è un movimento, non è un partito, non chiediamo posti o seggi e posizioni. Però chiediamo a tutti coloro che lo sottoscrivono due punti: primo, che si sia d’accordo sugli elementi che noi sottolineiamo, soprattutto sugli elementi di civiltà dell’Europa; secondo che su tutti quei punti, dalla vita alla famiglia, al matrimonio, alle libertà, alla religione e così via, ci si impegni, ciascuno nel proprio ruolo, a tenerli fermi».
(ha collaborato Valerio Barghini)