Ma in Europa i leader di destra vincono se parlano al loro popolo

Nella discussione sul centrodestra italiano entra anche la carta «straniera», alimentata dalla Fondazione FareFuturo col refrain: ma quanto è stimato Gianfranco Fini all’estero. Argomento da tenere in considerazione anche se filtrato dalla vigile memoria di italiani attenti a quanti guasti ci ha provocato il lavorio delle cancellerie per renderci meno autonomi. Comunque più che la conta degli applausi, elemento per orientarsi deve essere la riflessione sulle concrete storie di «successo» del centrodestra in Europa.
Delle vicende del governo Aznar, senza dubbio esecutivo dai grandi risultati economici e di prestigio, vanno ricordate innanzitutto le basi che si diede il Partido popular per accettare la sfida dei fortissimi socialisti di Felipe Gonzalez, al governo per quasi quindici anni di seguito. Fu la scelta di unificare i franchisti - che avevano superato l’esperienza del regime - con gli ambienti cattolici democratici che sceglievano un sistema politico bipolare-bipartitico (con annessa disfatta dei centristi dell’Ucd) a fondare le basi per i brillanti esecutivi che governarono dal 1996 al 2004.
Figura centrale di questo processo è stata Fraga Iribarne, uomo di Francisco Franco fino agli anni Settanta, poi suscitatore di un movimento più o meno postfranchista, ben insediato sul territorio, nella sua Galizia di cui fu governatore fino al 2005. Fu proprio la sapienza di Iribarne a consentire l’amalgama, senza mai usare la sua superiore esperienza politica per spiazzare Aznar o i legami che gli venivano da un regime che pure aveva guidato la Spagna per circa quaranta anni. Mai a Iribarne (un po’ come al compianto Pinuccio Tatarella) venne in mente di scavalcare a sinistra Aznar per manovre di potere, la sua lealtà ebbe una dimensione strategica.
Altro caso da studiare è quello di Nicolas Sarkozy. Oggi si sottolinea la sua capacità di utilizzare in modo bipartisan ottimi elementi socialisti, dal ministro degli Esteri Bernard Kouchner al direttore del Fmi Dominique Strauss-Kahn. Mosse felici, però consumate «dopo» la vittoria elettorale che invece fu ottenuta anche perché Sarkozy fu più abile dei chiracchiani a contendere ai lepeniani la leadership contro la violenza di elementi criminali dell’immigrazione. Fu il suo appello alla lotta alla racaille (i giovani in rivolta nelle periferie) che gli diede le basi politiche per ridurre al lumicino Jean-Marie Le Pen. E altrettanto ferma fu la chiusura contro un centro che con Edouard Balladur cercava di logorare l’elettorato gollista.
Insomma niente è più lontano dal ritratto di Sarkozy dalla figura di un leader timoroso, che si fa legittimare dagli avversari, che non sa parlare al proprio popolo e chiede perciò «protezione». C’è infine un’altra lezione che andrebbe ben studiata: quella del nuovo leader dell’eurodestra che sta emergendo di questi tempi, il capo dei Conservatori britannici che si appresta a vincere le elezioni nel 2010. La tattica per battere una tradizione molto forte come quella blairista è articolata e prende in considerazione anche temi della cultura della sinistra per crearsi varchi. Ma c’è un tratto che contraddistingue David Cameron: vuole essere il leader del suo popolo, il consenso non lo cerca all’estero, ma dalla sua gente, senza avere paura di sfidare in questo senso non solo gli europei ma persino gli americani.
In sintesi è utile ragionare sulle storie di leader che hanno soprattutto agito sapendo quali erano le basi politico sociali su cui poggiavano, mai «per conto» di altri.