Europa, patria del dubbio

«Ho sempre avuto una certa idea della Francia». Così de Gaulle apriva le Memorie di guerra. Su una certa idea dell’Europa ci si può intendere oggi? Al termine Europa, risalente alla mitologia greca e insolito prima del Rinascimento, è lecito dare un contenuto che dica agli europei che cosa li accomuna, delineandone il destino? Superando la prodigiosa diversità di uomini, culture, eventi, periodi storici, rapporti sociali, su che cosa si può fondare il sentimento europeo? A seconda dell’idea che se ne ha, si può parlare d’Europa in tanti modi. Ma fra loro si può almeno cercare un filo conduttore. Se l’Europa non ha inventato il pensiero, né la riflessione, ha inventato la filosofia; parliamone dunque filosoficamente.
Il 7 maggio 1935 Edmund Husserl teneva a Vienna la famosa conferenza sulla Crisi dell’umanità europea e la filosofia, per rappresentare concretamente il «mondo della vita» come «terra d’evidenza originaria», superando l’opposizione classica di scienze naturali e spirituali. Diceva che l’Europa ha innanzitutto un senso spirituale, di cui faceva un’idea regolatrice di portata universale. Per Husserl, l’identità europea è meno un fatto che un valore specifico, meno un dato geografico che un telos, un orizzonte di senso legato al suo emergere e alla sua costruzione.
Per cogliere l’essenza europea, Husserl la pensa fenomenologicamente, riflette sulla sua storicità, scoprendone il senso. L’Europa gli pare depositaria di un senso storico, da realizzare per rispondere al suo telos. L’Europa non è solo somma di uomini giustapposti, uniti da interessi economici; e non è un’idea a priori del genere umano: è un’entità generativa e comunitaria, tesa dalla ricerca di senso. Senso da afferrare non a priori, come nello storicismo progressista, né come metafora organicista («non c’è una zoologia dei popoli»), ma come filiazione di senso e ritorno autoriflessivo, eredità d’una tradizione sempre da riprendere e trasformare. La storia trasmette un’eredità in fieri, che resta aperta e viva, riattivandosi.
Come altri prima di lui, Husserl pone il «luogo di nascita spirituale» dell’Europa nella Grecia antica. Dallo stupore per il mondo a partire dalla libertà che diviene consapevole di sé, i greci svilupperanno un atteggiamento filosofico, cioè interrogativo; la sua risposta non è anticipata dalla religione, dagli usi o dalla tradizione. L’esito di tale approccio sarà dare senso costitutivo al mondo, con una dimensione politica.
Husserl esortava l’Europa a «rinascere dallo spirito della filosofia con l’eroismo della ragione». Ma distingueva anche la ragione greca dall’esigenza galileiana di razionalità: essa consiste essenzialmente nel matematizzare la fisica, che - con Cartesio, Galileo e Newton - diventa una semplice fisica delle quantità misurabili, mentre il cosmo smette di essere per l’uomo un telos esemplare, mentre la natura, ormai pura materia, res extensa, si trasforma in oggetto totalmente sfruttabile dal suo «padrone e possessore» umano, preoccupato solo «d’estendere il suo dominio a tutto l’essente» (Heidegger), aspettando che i fatti sociali si trasformino in cose (la «fisica sociale» di Comte).
Nella scia di Husserl, ma anche di Heidegger, il filosofo ceco Jan Patocka s’è occupato dell’«eredità europea», specie nel seminario dell’estate 1973 su Platone e l’Europa. Secondo lui, la nascita dell’Europa deriva da una concezione della vita come «vita per la libertà», e non come vita limitata al benessere e alla quotidianità. Anche per lui la fonte aurorale dell’«umanità europea» va cercata in Grecia, perché la concezione della vita come «vita per la libertà» è legata alla filosofia, alla coscienza storica e alla nascita della politica nella città, ciascuna delle quali rimette tutto in questione. La filosofia si distingue sia dalla religione, con le sue risposte prestabilite alle domande ultime, sia dal semplice cumulo di saperi. Implica presa di distanza dalla immediatezza quotidiana e dalla pura soggettività, dal preconcetto e da ogni forma di senso stabilito in anticipo nei rapporti con le cose e con gli esseri.
Anche Patocka dice che l’Europa è nata dal pensiero interrogante, sola forma autentica della vita pensata, e non dal pensiero tecnico. Conclude che l’umanità autentica s’istituisce solo con la lotta di ognuno contro se stesso, un dibattito per svincolarsi dalla sola sfera degli interessi, dalla produzione, dall’utilità e dalle esigenze vitali (la «vita» in opposizione alla «bella vita»), infatti è questa la condizione necessaria del vivere insieme in uno spazio pubblico e un mondo comune.
Una grande lezione. Ma gli europei sono ancora capaci di imparare? Nel mondo che cambia come raramente è cambiato, nell’epoca del nuovo ordine della Terra, l’Europa non sa più né che cos’è, né che cosa potrebbe essere. Il vuoto simbolico dei simboli sulle banconote degli euro riflette quest’Europa anonima: non ci sono né volti identificabili, né paesaggi singoli, né luoghi di memoria, né personalità. Solo ponti e costruzioni, sorti non si sa dove e che non vanno in nessun posto.
Sempre Husserl diceva: «È la stanchezza il maggior pericolo per l’Europa». Perdita d’energia, fatica d’esser se stessi. Voglia d’oblio, non per ritrovare l’innocenza perduta, forse condizione di un nuovo inizio, ma per addormentarsi più agevolmente nel fragore del nichilismo, per ripiegarsi nel privato e nella comodità narcisistica dei consumi. La figura di Amleto rappresenta per Carl Schmitt l’estrema difficoltà di scelte esistenziali. L’indecisione deriva da una volontà inadeguata rispetto alla realtà: se la volontà è indecisa, c’è solo la casualità di un incontro col reale. La storia continua a svilupparsi su scala planetaria, per iniziativa propria o per volontà altrui. La politica è la storia in azione. Ma il grande disegno politico, che darebbe unità e speranza, dov’è? Essere o non essere? Amleto oggi è l’Europa.
Traduzione di Maurizio Cabona