Evitato un grave errore: il ceto medio ha già dato

In dieci anni le aliquote sono cambiate sette volte. E le misure hanno colpito sempre gli stessi

Il governo Monti, che ho altre volte criticato, questa volta merita un elogio per non avere aumentato l’Irpef sui redditi dai 75mila euro in su, che, per le ragioni che spiegherò, sarebbe stato un grave errore e per avere posposto l’aumento fiscale, che serve a compensare tale perdita ipotetica di gettito, circa 3 miliardi, con un aumento dell’Iva a metà del prossimo anno, che potrà essere calibrato con cura, comportando un gettito di 6 miliardi nell’anno seguente. Mi auguro che lo si faccia mediante un ritocco ponderato del ventaglio delle aliquote, che nell’Iva è attualmente molto variegato e che contrasta con gli obbiettivi di armonizzazione comunitaria.
Occorre notare che in Italia vi è, rispetto alla proporzione europea e rispetto al passato, uno squilibrio fra imposte indirette sui consumi (che sono minori rispetto al passato e alla proporzione europea) e imposte dirette sui redditi e sul patrimonio che sono maggiori rispetto alla proporzione europea e rispetto al passato. Fra le imposte dirette oltre all’Irpef, che rende l’11% del Pil, c’è anche l’imposta sui redditi delle società, l’imposta sulle rendite finanziarie, la cedolare secca sugli affitti e, inoltre, l’Irap e l’Ici, queste due ultime classificate come imposte sui consumi per non dare la sensazione di un eccesso delle imposte dirette rispetto alle imposte indirette. Nell’Irpef ci sono sperequazioni enormi. Nel gettito totale i redditi da lavoro dipendente sono il 53% e quelli da pensione sono il 28%, ossia il 71%. L’imposta ha 5 aliquote fra il 23% e il 43%, con un andamento che è reso arbitrario dalla esistenza di 88 fra detrazioni, deduzioni, esenzioni, riduzioni di imponibile, riduzione di aliquota, crediti di imposta, esclusioni dall’imponibile per 25 tipologie di reddito, di cui quella di lavoro dipendente e di pensione occupano da sole il 71% del totale, mentre le altre 23 riguardano il restante 29%. Inoltre è una imposta tormentata da continui cambiamenti. Dal 2000 al 2011 le aliquote sono cambiate già cinque volte, prima del decreto estivo, e quella che si sarebbe potuta attuare adesso era la settima in 10 anni.
La base imponibile del tributo non dice molto, sino ai 75mila euro essendo grandissima la sua erosione dovuta alle agevolazioni fiscali, che valgono circa 74 miliardi, una metà del gettito pari a 150 del 2009. Ma dai 75mila euro di imponibili in su, la zona da cui si sarebbe pensato di effettuare un aumento di aliquota del 3%, le agevolazioni pesano di meno. E benché ci sia solo l’1,9% dei contribuenti con questo reddito, cioè 780mila, su di essi si preleva già il 24,5% dell’imposta, con 45mila euro a testa. Il reddito tassabile sopra i 75mila euro è però solo di 90 miliardi circa, perché i contribuenti che dichiarano più di 100mila euro sono solo 385mila, la metà del totale! E quelli che dichiarano più di 150mila euro sono solo 140mila, mentre quelli che dichiarano più di 200mila euro sono solo 71mila. Infine quelli che dichiarano più di 250mila euro sono solamente 43mila.
Insomma, dei 780mila contribuenti che potevano esser colpiti con un rincaro di aliquota di 3 punti, dal 43 al 46% la metà hanno un reddito compreso fra i 75mila e i 100mila euro, per un importo complessivo di 42 miliardi circa nel 2009. L’imposta inoltre benché pagata nel 2012 doveva cadere retroattivamente sui redditi del 2011, con conseguente conguaglio rispetto a quanto già trattenuto, ossia 1,3 miliardi circa. Per i contribuenti che hanno sino a 150mila euro si sarebbero aggiunti altri 30 miliardi imponibile con un altro miliardo per il fisco. Una stangata per il ceto medio, non per i ricchi dato che stiamo parlando di cifre lorde, da cui si debbono togliere i contributi sociali a carico del contribuente e l’imposta trattenuta alla sorgente e quelle versate a conguaglio. Questi contribuenti avrebbero dovuto pagare l’imposta non sul reddito dell’anno prossimo, ma su quello di quest’anno, dato che il gettito doveva valere per il 2012. Ossia si trattava di un tributo sostanzialmente retroattivo. Questi soggetti, inoltre, dovranno pagare sia l’Ici sulla prima casa e la super Ici e l’aumento dei coefficienti catastali del 15-30% che equivale a un analogo aumento delle imposte prelevate a catasto.
Si è detto che ci voleva equità, assieme al rigore, ma quali sarebbero stati gli aspetti etici dell’aumento che si sarebbe attuato con un introito per il fisco di circa 3 miliardi annui, su una materia imponibile, in gran parte di reddito di lavoro dipendente e pensioni, di circa 90 miliardi nel 2009 (il 3% di 90 è 2,7 )? Va tenuto presente che i redditi al di sopra dei 200mila euro annui che riguardano solo 71mila italiani, con 38 miliardi di euro, di media 535 milioni per ciascuno. E che sopra i 250mila euro ci sono solo 43mila contribuenti e in gran parte essi si trovano fra i pubblici dipendenti in servizio o in pensione. Ci voleva proprio un governo di esperti per fare questa operazione politica sul ceto medio?
Fortunatamente si è scelta una strada diversa, più efficiente e più giovevole alla nostra competitività, come avrò ancora occasione di spiegare. E di questo Monti e i suoi collaboratori vanno elogiati.