«Evitiamo l’accanimento la nostra non è eutanasia»

Il presidente del comitato etico: «L’assistenza non può mancare mai»

Monica Bottino

da Genova

Non si può «staccare la spina», si può però scegliere «come» vivere. La differenza fra eutanasia e testamento biologico è abissale. E se la prima, in Italia, è fuorilegge, il secondo potrebbe diventare uno strumento etico fondamentale nei rapporti tra medico e paziente. Lo spiega Francesco Meloni, ex procuratore capo del tribunale di Genova e presidente del comitato etico dell’ospedale San Martino di Genova, dove poche settimane fa è stata accolta la richiesta di un paziente che chiedeva di non essere curato qualora le sue condizioni dopo un delicato intervento fossero peggiorate.
«È stato lo stesso medico a chiederci di intervenire sul caso - spiega Meloni - e non abbiamo avuto dubbi sulla legittimità della richiesta. Così noi siamo intervenuti sulla forma del testo, specificando con termini medici le condizioni che l’uomo paventava. Cosa vuol dire peggiorare? Quali sono i criteri per parlare di irreversibilità della malattia? Ci siamo mossi su questi criteri e abbiamo formulato il documento».
Il primo testamento biologico.
«Crediamo di sì, o almeno non abbiamo notizia di casi simili. È, in sintesi, la proiezione del consenso informato».
Cioè?
«Quando un paziente entra in ospedale per essere sottoposto a un intervento chirurgico o a una terapia gli viene fatto firmare un foglio in cui dà il proprio consenso ad essere curato e dichiara di essere stato messo a conoscenza dei rischi. Si chiama consenso informato ed è sempre previsto dalla legge. Ebbene, il testamento biologico è una proiezione del consenso informato, che così ha valore anche in tempi successivi, quando non è più possibile esprimere la propria volontà: si tratta di una differenza cronologica e non logica».
Che valore ha per il medico?
«Fondamentale: il medico è tenuto a rispettarlo, ma nello stesso tempo ne è egli stesso tutelato perché sa sempre cosa vuole il paziente».
E se il paziente vuole morire?
«Non si può accettare, non per la nostra legge. Qui entra in campo anche la coscienza del medico che deve difendere la vita senza accanimento terapeutico e non cercare la morte».
Perché non considerate il caso Welby accanimento terapeutico, mentre lo è, per esempio, insistere con terapie invalidanti su un malato di tumore che ha pochi mesi di vita?
«Lo spiegò papa Giovanni Paolo II: sospendere un trattamento di ventilazione o l’alimentazione significa far mancare l’assistenza, non la terapia. E l’assistenza alla persona umana non può essere fatta mancare. Mai».
Il testamento biologico può essere accettato dai cattolici?
«Sì, non va contro le leggi della Chiesa perché rifiuta solo l’accanimento terapeutico, ed è a favore della qualità della vita».
Controindicazioni?
«Certo è soggetto a data di scadenza, va riscritto dopo un po’ di tempo: possono esserci nuove scoperte mediche che cambiano la prospettiva di vita o di guarigione. Oppure, perché no?, si può anche cambiare idea».