Il falò dell’etica che incenerisce il corpo

Può apparire singolare e perverso che, nell’epoca dove l’ossessione della privatezza e la smaterializzazione della vita collettiva, il corpo, il corpo nudo, il corpo nella sua datità indifesa o esibita, diventi centro di gravità di dibattito e conflitto. Il virtuale si capovolge in iperreale, il corpo si apre alla possibilità di ogni genere di manipolazione e sfruttamento. Lo abbiamo appreso nei lunghi anni di lotta del femminismo, lo abbiamo ritrovato nella lotta simbolica sulla fecondazione artificiale, continuiamo a scoprirlo quotidianamente nella degenerazione pop della chirurgia estetica come nuovo farmaco delle nostre nevrosi. Il corpo, così, diventa ancor più che in passato un oggetto politico. Un tempo il leader poteva contare solo sul contatto immediato con i suoi seguaci. Oggi, più il capo politico si allontana, facendosi rarefatto nella sua proiezione televisiva e spettacolare, più si rende necessario un recupero della fisicità. E il corpo ritorna mediaticamente come essenza del potere sovrano e incarnazione dell’istanza di comando.
L’esibizione di tonicità e benessere scolpita nei pettorali di Putin, negli addominali di Obama, nelle bluse da jogging di Sarkozy, nelle pose atletiche di Bush quand’era incoronato commander in chief della nazione, sono già stati analizzati e discussi come attributi di una buona salute della leadership. Scopriamo da sondaggi scientifici e piccanti che le donne apprezzano il «lato sexy» di capi di Stato e uomini di governo, e loro ricambiano spogliandosi, mettendosi in mostra, raccontando di sessioni massacranti dal personal trainer, stimolando l’equiparazione tra bel governo e buon governo. E, in Italia, si è già accumulata tanta letteratura sul potere del corpo nella costruzione del carisma berlusconiano come contatto anche fisico tra il leader e il suo popolo. Fin quando si discute di «potere del corpo» e «corpo del potere», tutto può andar bene, dall’analisi sociologica al pettegolezzo corroborante. In questi giorni però l’urgenza degli avvenimenti trasporta la riflessione pubblica sul corpo in un’altra direzione, che confina sadicamente con la pornografia.
Abbiamo già speso abbastanza energie nel decretare se la pubblicazione delle immagini dei corpi dei bimbi di Gaza finiti sotto i bombardamenti fosse doloroso diritto di cronaca o un favore alla più bieca delle macchine pubblicitarie del fondamentalismo islamico, e tutte le risposte sono parse inadeguate, pezzi di una verità incomponibile. Epperò non c’è niente da fare, abbiamo continuamente bisogno di corpi da gettare nella fornace della macchina delle notizie, corpi che diano sostanza alle nostre parole, forza alle nostre idee, violenta efficacia al nostro argomentare. Nulla viene risparmiato, e così la nostra agenda pubblica, gli editoriali, le agenzie, il chiacchiericcio, osservano l’incrocio involontario del destino di altri due corpi, ai lati del ring mediatico, sottoposti a ciò che una volta il cardinal Bagnasco definì «deprezzamento della corporeità». In un angolo c’è il corpo straziato di una povera ragazza, una disgraziata che ha incontrato l’orrore nella periferia romana, incarnato in cinque corpi luridi e privi di qualunque senso di umanità. E la coperta che la mano pietosa di un inserviente d’albergo ha posato su quel corpo, prima che fosse trasportato in caserma, è stata immediatamente fatta a pezzi, stracciata nei mille coriandoli dei comunicati stampa, delle prese di posizione, del ping pong sulla sicurezza delle periferie. Il corpo di quella ragazza andrebbe immediatamente protetto dalle brame degli sciacalli, le luci di una dolorosa notorietà andrebbero subito spente da un basilare istinto di pietà, ma forse non ne siamo capaci, perché un virgolettato sul giornale o un boccone di dichiarazione televisiva valgono bene una violazione di quel corpo già violato dalla violenza più brutale dello stupro, l’irruzione dell’animalesco nel nostro mondo di istinti addomesticati. No, sarà cinismo, sarà un’irrefrenabile cupidigia mediatica, ma è troppo forte la tentazione di richiamare in campo la signora Reggiani, il braccialetto antistupro, il batti e ribatti delle campagne elettorali.
Nell’altro angolo c’è il corpo privo di stimoli, riflessi, palpitazioni, sussulti di vitalità, di Eluana Englaro che, idealmente, senza alcun rispetto del suo riposo forzato, viene trasportata da un capo all’altro del Paese in attesa di sapere che cosa sarà di lei, se alla fine vincerà la legge divina o quella degli uomini. È un corpo disteso, che non può difendersi in alcun modo, dagli aggressori familiari e da quelli sconosciuti, nemmeno quando la sua superficie liscia si trasforma nel campo di una battaglia cruenta fatta di appelli, cartelli, petizioni, sanzioni, dichiarazioni, obiettori e ayatollah, pietas e veritas. Una scarica di spilli vengono infilzati in quel corpo inerme, e nessuno sembra farsene un problema. La ragazza X, il cui nome mai vorremmo sapere, ed Eluana, il cui nome purtroppo ci è stranoto: da «il corpo è mio» a «il mio corpo è di tutti». Dietro, dentro e attorno a questi corpi, si narra una storia straziante d’assenza di pudore, il falò di ogni etica del rispetto, la paurosa latitanza di una vera cultura civile.