La Falck al traguardo del secolo Dall’acciaio all’energia verde

Nel 1906 nascevano gli stabilimenti di Sesto, oggi ormai riconvertiti al terziario

Stenio Solinas

Lì dove sorgeva l’inceneritore, adesso c’è il Centro commerciale Vulcano, il complesso a più piani che prevede intorno a sé alberghi, uffici, giardini, ancora negozi. In città, un grande plastico ha il compito di raccontarti cosa diverranno domani, grazie al progetto di Renzo Piano, quelli che ancora l’altroieri erano impianti di laminazione, forni, fabbriche: residenze private, spazi ed edifici pubblici, musei, scuole, dipartimenti universitari. Un secolo fa la Società Anonima Acciaierie e Ferriere Lombarde nasceva per volontà di Giorgio Enrico Falck, figlio di Enrico e nipote di Giorgio Enrico, il capostipite venuto dal nord Europa a fare da consulente a un’azienda metallurgica di Dongo, sul lago di Como, e a Como poi rimasto, da consulente a socio, da socio a proprietario. Un secolo dopo, di quella che fu la bandiera dell’industria siderurgica privata italiana, più di un milione di tonnellate l’anno ancora alla fine dei Sessanta, l’otto per cento dell’intero prodotto nazionale, 16mila fra operai e impiegati, novemila nella sola Sesto San Giovanni, la piccola Stalingrado d’Italia, ciò che rimane sono questi resti sparsi di un’archeologia industriale che attende di cambiar pelle. Da quattro anni Falck vuol dire Actelios, ovvero energia da fonti rinnovabili, e insomma è tutta un’altra storia, di successo anche, una riconversione faticosa, rischiosa, complessa, ma riuscita, dalla siderurgia all’ambiente, e però anche la fine di un’epoca, di un mondo, in fondo di una leggenda.
All’inizio del XX secolo Sesto era una cittadina cresciuta intorno alle acciaierie, cinque macellerie, tre drogherie, sei panifici, cinque caffè-ristoranti che adeguavano il loro orario d’apertura ai turni degli stabilimenti. Si andava a comprare il pane alle quattro del mattino, prima di entrare in fabbrica... All’inizio del XXI secolo, Sesto è l’epitome della urbanizzazione delle periferie, dello sviluppo sostenibile delle metropoli attraverso un processo di completamento organico del tessuto esistente, il riutilizzo intelligente di gigantesche aree dismesse, dalla fabbrica alla città delle fabbriche... All’interno di questo arco di tempo c’è l’Italia con i suoi mutamenti, le sue scommesse e le sue certezze, i suoi errori e le sue speranze. È anche per questo che quella dei Falck è una esemplare storia italiana.
Giorgio Enrico, Enrico, Giorgio Enrico... Come un mantra incaricato di rafforzare la dinastia, agli albori i Falck si chiamano tutti così, il figlio che prende il nome dal padre, il nipote che riprende il nome del nonno. Giorgio Enrico II, il fondatore delle acciaierie nel 1906, muore poco dopo la Seconda guerra mondiale e gli subentra Enrico, il primogenito, l’industriale con un penchant per la politica intesa come servizio del Paese: è a casa sua, al numero uno di via Tamburini, che Alcide de Gasperi, ancora nel settembre del 1942, ha tenuto la riunione da cui nascerà la Democrazia cristiana... Eletto senatore nel 1948, Enrico lascia il timone della Falck al fratello Giovanni, in fondo l’azienda ha quasi mezzo secolo di vita, si è potuto anche cominciare a variare i nomi di chi la rappresenta... Giovanni chiama al suo fianco l’altro fratello, Bruno, e insieme daranno vita a un ventennio di successi, la quotazione in Borsa, la realizzazione delle Acciaierie di Bolzano, il tetto produttivo di più di un milione di tonnellate. Giovanni muore nel 1972 e, dopo dieci anni ancora di presidenza di Bruno Falck, la logica dinastica familiare pesca Alberto, il figlio di Enrico, e gli affianca come vicepresidente Giorgio Enrico, il figlio di Giovanni: opposti in tutto, fisico, carattere, passioni, toccherà a loro cercare di uscire dalla crisi siderurgica che in un contesto sociale devastato dal terrorismo ha assunto i tratti duri dei «padroni bastardi», degli scioperi a oltranza, dei picchettaggi, in pratica di due Italie che si fronteggiano, si combattono e non riescono più a parlarsi.
Eppure, se c’è un tipo di capitalismo con forti venature morali e sociali, questo è quello dei Falck, un qualcosa che viene dal protestantesimo del capostipite della famiglia, poi divenuto cattolicesimo negli eredi, ma sempre con quella forte impronta di rigore etico che vuol dire investire, non sprecare e non sfruttare, mai esibire, essere parchi, morigerati... I villaggi Falck per i dipendenti, le colonie marine e le scuole Montessori nascono da questo combinato disposto di una buona borghesia lombarda che pratica l’understatement, difende la tradizione e la coesione interna, non ricerca il conflitto, ma il solidarismo, non mischia i ruoli, ma non si ritiene intoccabile. Scriverà Indro Montanelli nel trigesimo della morte di Giovanni Falck: «Come i Mitsuhi in Giappone e i Du Pont in America, i Falck si consideravano non i proprietari, ma i depositari, i gestori, i sacerdoti dell’azienda, e credo che come tali si trattassero anche economicamente. Tutto nel loro modo di vivere e di operare, denunciava un rigorismo calvinista. La ricchezza, per loro, era il segno della Grazia, e quindi del servire, non da servirsene».
Nel destino incrociato della quinta e ultima generazione dei Falck dell’acciaio c’è anche chi ha letto una sorta di drammatico contrappasso o di tragico paradosso. Il liquidatore di un secolo di storia familiare sarà quell’Alberto che ancora pochi giorni prima di morire, un infarto mentre era alla guida, nel novembre di tre anni fa, aveva lasciato scritta una Lettera ai figli in cui la rifondazione dell’azienda da parte delle nuove generazioni e la riaffermazione della famiglia come centro propulsore erano gli elementi salienti. Pochi mesi dopo, ad andarsene sarà Giorgio, il Falck che piuttosto che dimettersi dall’acciaio si era dimesso dall’azienda e dalla famiglia stessa, ma anche il Falck che per un trentennio aveva simboleggiato l’esatto contrario di quell’etica calvinista prima ricordata: pluridivorziato, una vita brillante, case e barche di lusso... È singolare, insomma, che a chiudere i conti con una storia secolare sia stato il Falck severo e riservato che in quella storia più di tutti aveva identificato il proprio cognome, e che a battersi invece perchè l’osmosi continuasse fosse il Falck mondano e vitalista, regatante oceanico e seduttore impenitente.
È probabile che i due cugini si stimassero, ma non si capissero. E nelle amare parole di cordoglio pronunciate da Giorgio ai funerali di Alberto,«se ne vanno sempre i migliori, restano i rompiscatole», si può cogliere qualcosa di più di un omaggio sentito ma in qualche modo dovuto, e quasi una sorta di bilancio personale. Come «rompiscatole» Giorgio aveva le phisique du rôle: era aitante, era irruento, era diretto, non era per niente stupido. Nel veleggiare fra acciaio e passioni non aveva mai fatto del primo una semplice appendice delle seconde, né tantomeno pensato all’azienda come un pozzo da cui semplicemente attingere... Laureato in ingegneria e fisica nucleare, patito di tecnologia è sua l’idea di convertire gli impianti introducendo la colata continua, è sua l’idea di investire su forni nuovi quando la siderurgia privata si vede attaccata dai colossi di quella pubblica. Nella piccola-grande storia della vita degli stabilimenti Falck a Sesto rimangono memorabili gli arrivi in fabbrica di Giorgio, bottiglia di champagne in mano, per festeggiare un record di produzione mensile, durante la pausa-pranzo, al tavolo da biliardo in maniche di camicia a giocare contro una tuta blu, nel salone a piano terra, impegnato a trattare con il sindacato ogni qualvolta veniva proclamato uno sciopero. Il giorno dei suoi funerali faceva un certo effetto vedere mischiata alla Milano-bene che in fondo gli ha sempre perdonato tutto, molte delle sue vecchie maestranze venute «a salutare l’ingegnere»: «Non sarò mai un palazzinaro» aveva detto quando se n’era andato dal gruppo: «Eravamo un impero industriale, ora siamo solo una famiglia ricca» aveva aggiunto.
Simbolo delle «grandi famiglie imprenditoriali» i Falck hanno incarnato al meglio anche i difetti della migliore imprenditoria lombarda: nessuna commistione con la politica, ovvero nessun disegno politico. Ebbero fra le loro fila un senatore del Regno, durante il Fascismo, un senatore della Repubblica a fascismo caduto, ma sia il primo sia il secondo furono in quel ruolo più tollerati che amati, ed entrambi vi si dedicarono più per senso del dovere che per interesse. Pensavano i Falck che per fare bene gli industriali basta far bene il proprio lavoro, ma gli sfuggiva che in un’economia sempre più globalizzata e con una politica sempre più al suo traino, lo starsene fuori, il non volerne sapere, alla lunga non avrebbe pagato e gli si sarebbe rivoltato contro.
Un secolo dopo, di questi campioni di un capitalismo scomparso rimane una base etica che li differenzia dai sottoprodotti cresciutigli a fianco e/o venuti subito dopo. Ed è quello che oggi ne permette un ricordo che è anche un rimpianto.