Il falegname-artista folgorato dai lampadari

Daniele Balangero ha abbandonato i mobili per dedicarsi alla luce: "Niente paura, non si incendiano"

Lui la sua illuminazione l'ha avuta. E, dopo che l'ha avuta, ha deciso di illuminare anche gli altri. Lui è Daniele Balangero, 33 anni, falegname e artista. O, meglio, oggi, forse più artista che falegname. E la personalissima illuminazione, quella delle idee geniali, gli si è accesa una sera dopo cena, conversando con un amico, proprio qui, nel laboratorio di Borgo San Dalmazzo, frazione Tetto Turutun, nel Cuneese, a ridosso dei boschi e quindi del legno, ovvero l'ossigeno di un falegname. «E' accaduto - racconta Daniele - nel 2012, avevo aperto da un paio d'anni la mia falegnameria: pochi clienti, praticamente quasi zero, sconosciuto ai più, da solo in laboratorio, sotto lo sguardo bonario di mio padre che quel lavoro lo aveva fatto per una vita e sapeva quanto è duro farsi largo. Ero deciso a costruire mobili belli e originali, ma non avevo calcolato che, per far concorrenza a certe aziende avrei avuto bisogno di forti investimenti pubblicitari che non mi potevo certo permettere. Così, quella sera, mi sono messo a giochicchiare con gli impiallacci di legno, ho acceso il vaporetto, sì proprio quello che usano le casalinghe per le pulizie, e ho provato a fare la mia prima lampada. Inumidendo le fibre del legno ho potuto piegarle, modellarle, lavorarle. Il primo oggetto che ho realizzato quella sera, è una lampada a sospensione che ho ancora in casa. L'ho tenuta mezz'ora in mano perché non sapevo bene come concluderla».

Evidentemente Daniele è riuscito a concludere quella lampada, perché, dopo quella, ne ha fatte altre e altre ancora fino ad arrivare a farne circa 2500, da quella sera ad oggi. Fino a farne otto-dieci al giorno. «Mi era sembrata un bell'oggetto di arredo, quella mia prima lampada, così ho rischiato e mi sono buttato nelle fiere. E da subito, alle fiere, ho cominciato anche a realizzarle in diretta, sotto gli occhi della gente. Un successo decisamente inaspettato, che mi ha spinto a fare ancora meglio, ma soprattutto ad andare avanti. Quando realizzo una lampada in fiera, in diretta, davanti all'acquirente, il procedimento non è, per forza di cose, lunghissimo. Modello le fibre, le lavoro e vado a bloccarle con delle fascette che poi rimangono perfettamente nascoste, dopodiché vado a concluderle con uno spago in canapa. Mentre per quelle di design, che realizzo in laboratorio su ordinazione, il procedimento è leggermente differente perché devo e mi devo assicurare che arrivino intatte a destinazione e non subiscano traumi durante la spedizione. Così uso collanti a contatto o colle viniliche e poi le assemblo con delle dime. Sono piuttosto rigoroso in queste scelte perché privilegio i prodotti il più possibile naturali».

Viene da chiedersi come mai Daniele Balangero abbia deciso di trascurare senza troppi rimpianti armadi e tavoli e sia rimasto, simpaticamente e virtualmente, s'intende, «folgorato» dalle lampade realizzate dalla sua società Balumè. «I lampadari, mi hanno sempre affascinato. Era la prima cosa che guardavo anche da ragazzino, appena entravo in una casa, ho sempre pensato che un lampadario, un punto-luce potesse cambiare radicalmente l'aspetto di una stanza e risultare così un pezzo d'arredo determinante. Ho deciso di cominciare a fare lampade facilmente trasportabili, senza far ricorso a macchinari perché era ed è la manualità che mi dà soddisfazione». Lampadari, lampade da tavolo, applique, piantane: è la luce delle idee, delle buone idee, che illumina il laboratorio di Daniele e che ha cominciato a fare il giro d'Italia e del mondo, grazie anche alla vetrina di Artimondo, ad un sito internet e ai social governati dal suo staff. «Diciamo che non è proprio uno staff, sono tre ragazze che lavorano a progetto per diffondere le mie creazioni e che lavorano peraltro da remoto perché in laboratorio a intrecciare e a modellare il legno ci sto solo io, aiutato un poco da mia sorella Lucia».

Togliamoci un dubbio però: se dentro le sue realizzazioni ci mettiamo la lampadina, che cosa succede al legno? «Infatti, la domanda che più spesso mi fanno è: non è che poi la sua lampada prenderà fuoco? E io rispondo che si può stare tranquilli. In collaborazione con un centro specializzato abbiamo studiato le reazioni alle temperature dei vari legni e ho riassunto tutto nel foglio uso e manutenzione, che allego ad ogni lampada. In ogni caso consiglio sempre di mettere lampadine a led, fino alla potenza limite di 40 watt, perché non solo consumano meno, ma soprattutto non scaldano. Bisogna tener conto che il legno è e rimane per sempre una cosa viva, in continua trasformazione, ecco perché, dopo averle realizzate, io tengo le lampade almeno sei mesi in laboratorio prima di venderle. Perché è un tempo che mi consente di osservare e studiare ogni minima reazione del legno che ho utilizzato e prevederne eventuali mutamenti».

La vena artistica di Daniele si manifesta anche nelle sue creazioni, ispirate all'idea del fiore. «Sono partito dall'idea di un bocciolo che poi, fibra dopo fibra è come se sbocciasse e va ad assumere la forma vaporosa di un fiore al massimo della fioritura con varie essenze di legno accostate. Gli impiallacci di legno, permettono alla luce di trasparire dando un senso di leggerezza e mettendo in evidenza le venature del legno. Uso maggiormente l'acero perché ha una tensione interna molto più morbida, è più malleabile e flessibile. Ma si prestano molto bene a questo tipo di lavorazione anche noce, rovere, castagno e legni esotici». E poi dicono che le buone idee non fioriscono.