Fallimento del sistema bipolare

Il voto del Senato sulla politica estera e le conseguenti dimissioni di Romano Prodi non sono una delle tante crisi di governo. Questa di oggi è una crisi del sistema politico italiano così come si è andato configurando in questi ultimi quindici anni. È il fallimento, insomma, del cosiddetto bipolarismo che affonda le radici nel sistema elettorale maggioritario e che mette insieme chi insieme non può stare e divide quanti invece insieme potrebbero governare. Da quando è stato introdotto il sistema maggioritario, sia nella prima versione (collegi uninominali), sia nell’attuale versione (con i premi di maggioranza e liste proporzionali), si sono prodotti due effetti destabilizzanti. Il primo. Quando si vince o si perde per un solo voto, ciascuna coalizione imbarca chiunque, senza tenere in alcun conto la possibile compatibilità delle rispettive culture politiche. L’Unione e Romano Prodi hanno tentato di sopperire a questo difetto con un programma sottoscritto da tutti. Ma la politica, nel suo vissuto quotidiano, è cosa ben diversa da un programma scritto sulla carta. E lo dimostra ciò che è accaduto ora, quando, contrariamente a quel che avvenne nel 1998, solo alcuni senatori, e non un intero partito, hanno preso le distanze dal governo Prodi, sostenuti, però, da un movimento antagonista che si è espresso a Vicenza, ma anche nei cortei contro la Finanziaria. Nell’uno e nell’altro caso, a guidare le manifestazioni c’erano autorevoli rappresentanti della maggioranza, e addirittura esponenti dello stesso governo. Un’anomalia vista solo con i palestinesi di Hamas.
Il secondo effetto negativo di questo bipolarismo maggioritario è stato quello di aver prodotto sempre governi che non rappresentavano la maggioranza del Paese. Nessuna delle due coalizioni, infatti, ha mai raggiunto il 51 per cento dei voti espressi. E in una democrazia seria non basta avere la maggioranza nel Parlamento se non la si ha anche nel Paese.
Accanto a questi, ci sono, però, almeno altri due effetti devastanti. Nel sistema maggioritario ogni voto è necessario, e questo ha favorito la moltiplicazione dei partiti. Nella Prima Repubblica i partiti erano otto, oggi sono più di 20. Uno sfarinamento politico senza precedenti, figlio legittimo di un sistema maggioritario, o con il premio di maggioranza nel quale, come abbiamo detto, tutti sono indispensabili. Il secondo effetto devastante è stato quello di aver tolto al Parlamento la libertà di decidere le alleanze più utili per il Paese, come avviene in tutte le grandi democrazie dell’Occidente.
Ecco perché riteniamo che la crisi del governo Prodi è la crisi del sistema politico italiano. Chi non dovesse condividere questa tesi e insiste per tenere in piedi questo sistema bipolare maggioritario ha il dovere, però, di trarre tutte le conseguenze, chiedendo di andare subito al voto. Non si può, infatti, avere la botte piena e la moglie ubriaca, proclamare cioè la bontà del bipolarismo, ma governare senza avere la maggioranza in una delle due Camere e cercando, di volta in volta, qualche voto alla spicciolata. Il nostro richiamo va innanzitutto alla Margherita e ai Ds, i più accaniti sostenitori di questo bipolarismo straccione. Se, invece, come noi pensiamo, questa di oggi è la crisi dell’intero sistema politico italiano, allora i maggiori partiti si mettano al lavoro nell’interesse del Paese per cambiare il sistema elettorale, ridando al Parlamento quella libertà nella scelta delle alleanze come accade in tutti i Paesi europei e in tutte le grandi democrazie parlamentari. Come l’esperienza di questi anni ci ha dimostrato, la terza via davvero non esiste.