La famiglia che è diventata lo specchio dell’America

Il creatore voleva riprodurre la provincia profonda: molti vizi, poche virtù e i sogni di una ragazzina che sconfigge la mediocrità

Portarono una copia del Times a Matt Groening. Pagina 32, in basso a sinistra. Qual è il più grande americano? L’aveva chiesto la Bbc agli inglesi: primo Homer, davanti ad Abramo Lincoln, Bob Dylan e Franklin Delano Roosevelt. L’America vista dall’Europa aveva la testa calva, la pancia pronunciata, il cervello di un mediocre.

Groening aveva vinto: i Simpson gli erano venuti in mente di notte, in una delle notti in cui disegnava dopo aver finito il turno di autista. Scarrozzava un regista di «B movie» per le strade di Hollywood, poi staccava e andava a casa a pensare: l’America, il cinismo, le risate, la politica, i buoni e i cattivi a fasi alterne, la provincia. Springfield nacque così: nome non casuale, come tutto in questa storia. Negli Stati Uniti ci sono 151 città con quel nome, allora Springfield è l’America. I nomi, poi: Homer scelto perché così si chiamava il padre di Groening; Marge in onore della moglie Margaret; Bart, Lisa e Maggie, figli animati ma pure reali. L’uomo che ha creato i Simpson c’ha messo la sua vita dentro e l’ha deformata: il mondo che è venuto fuori è diventato lo specchio di un’America precisa. Le casette basse, il quartiere borghese con il garage che si apre dal basso verso l’alto, con il vicino impiccione, con il divano che prende le forme dei sederi che lo occupano, con il televisore che se non funziona accende i drammi familiari. E qui uno la legge come gli pare: i Simpson piacciono agli anti-americani perché permettono di pensare che lì, nella provincia profonda, nelle 151 Springfield, siano tutti piccoli Homer con la pancia piena di Duff e il cervello rincoglionito dalla tv via cavo. Piacciono a chi l’America la ama, perché sono la dimostrazione di un paese che sa prendersi in giro. «Penso ai Simpson come persone reali».

Vent’anni fa erano un ritratto: «Volevo che il set fosse il più convenzionale e conservatore possibile. Tutte le famiglie vanno in chiesa, pregano, il padre lavora e la moglie sta a casa». Allora Marge sta lì, mediamente depressa, ma sempre più vincente. Perché lì a Springfield vincono sempre le donne: Homer viene salvato dalla moglie ogni volta, Lisa litiga con Bart, ma gli dà sempre una mano.
Ecco Lisa, la figlia intelligente che poi è la pillola di american dream che Groening ha infilato nella sua serie: in una famiglia difficile, senza l’esempio dei genitori, con un padre che adora il cibo e poco altro, con una madre che deve pensare più al marito che ai figli, con un fratello impertinente, lei ha il quoziente intellettivo più alto della città. Lisa è quella ce la farà, un giorno. Ce la farà con il suo sassofono malinconico e con la sua voce mediamente insopportabile. È la vita che entra nel cartoon, questa. Che i Simpson ribaltano il concetto: gli altri cartoni raccontano il mondo perfetto, loro descrivono l’esistenza ai limiti. Per questo l’America vera entra sempre in quella finta. È il pretesto: c’è il personaggio reale trasformato in Simpson. Per i viali di Springfield prima o poi passeggiano tutti: i Clinton, Fidel Castro, Giovanni Paolo II. Deformi anche loro, come i modi di vivere raccontati nelle puntate, come i vizi e le manie ambientaliste distrutte dalla cattiveria di Mister Burns e della sua centrale nucleare che ingolfa la vita della città.

«Con i Simpson non si fa politica, la si demitizza. Io sono di sinistra, ma tra gli sceneggiatori ci sono anche due maniaci repubblicani». La politica però è lo sfondo, forse l’anima: c’è in ogni puntata. C’è perché Matt aveva un sogno prima di diventare disegnatore ed era quello di diventare un politico: aveva fondato un «partito» e aveva anche vinto le elezioni scolastiche; c’è perché il ritratto di una certa America è già un messaggio politico; c’è per quello che c’è dietro, cioè i soldi di Rupert Murdoch, il padrone di Fox che manda in onda la serie negli Stati Uniti. C’è perché ogni volta che Homer dice una sciocchezza, può farlo perché è una persona libera. Anche di essere sbagliato.