Family day, schiaffo di Pezzotta: "Il governo Prodi teme la piazza"

L’organizzatore del raduno: &quot;dovranno ascoltarci. Subito la riforma del welfare&quot;. <a href="/a.pic1?ID=177675" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Il popolo &quot;No-Dico&quot; alza la voce</font></strong></a> e parla la lingua del Polo. <a href="/a.pic1?ID=177681" target="_blank"><strong>Ecco come l'Unione trascura la famiglia</strong></a>

Roma - Un risultato andato oltre ogni aspettativa che ora permette di presentare il conto al governo di Romano Prodi. Savino Pezzotta, portavoce del Family Day, è ovviamente soddisfatto del milione di persone radunate in piazza San Giovanni per chiedere Più famiglia e non si preoccupa delle polemiche che inevitabilmente seguono un evento di questa portata.
«La piazza ha dato un segnale al Paese - dice il giorno dopo Pezzotta -. Una piazza lontana dalla politica che ha rotto gli schemi e gli schieramenti. C’era la gente comune, la gente vera che sperimenta ogni giorno la fatica di vivere e che però è serena, ha la vocazione del dovere e il senso di responsabilità. Era la piazza dell’Italia e degli italiani».
Che cosa chiede questa piazza?
«Al governo chiediamo un riformismo forte che aiuta e scommette sulla famiglia e non su altre forme di convivenza. Non discriminiamo nessuno. Condividiamo, anzi promuoviamo la richiesta di diritti e la tutela delle coppie di fatto, che però sono altra cosa rispetto alla famiglia».
Tra pochi giorni il ministro della Famiglia, Rosy Bindi, aprirà la Conferenza nazionale sulla famiglia: le vostre aspettative?
«Noi vogliamo una normativa organica sulla famiglia che favorisca la sua costituzione: parliamo di casa, di lavoro. I giovani non devono più avere paura di mettere su una famiglia stabile. Vogliamo la tutela della vita dall’inizio alla fine. Diciamo no all’aborto, no all’eutanasia, ovviamente nel rispetto delle leggi vigenti. La nascita è un evento lieto, non si deve aver paura quando si scopre di aspettare un bambino. Chiediamo un fisco amico delle famiglie numerose, va riformato profondamente il nostro sistema di welfare».
È stato proprio il ministro della Famiglia a firmare i Dico, il ddl per il riconoscimento dei diritti dei conviventi bocciato dalla Chiesa e dalle associazioni cattoliche.
«Il nostro no non nasce da motivi confessionali. I Dico non ci piacciono anche perché il solo fatto di averli proposti ha già aperto all’idea di una pluralità di modelli di famiglie, ma la famiglia è una, quella definita dalla nostra Costituzione. I bambini devono avere una mamma ed un papà. Ovvio che c’è il rispetto per le persone e per i loro bisogni, ma non c’è rispetto dell’altro se tutto viene omologato. La distinzione non è mai discriminazione, ma riconoscimento. La famiglia è una cosa, le convivenze un’altra. La famiglia precede lo Stato e lo fonda».
C’è chi vede in quella piazza un ritorno al medioevo, il rischio del fondamentalismo religioso e dell’integralismo.
«Francamente ho visto più integralismo da altri parti. Il futuro non sono i Dico. Noi difendiamo il matrimonio civile così come è concepito dalla nostra Costituzione: è forse integralista la nostra Costituzione? Non confondiamo le idee: in piazza San Giovanni non c’erano soltanto i cattolici. Oltre ai cattolici, oltre ai laici, c’erano anche le donne musulmane che stanno combattendo la loro battaglia contro la poligamia e che temono l’introduzione di altre opzioni sulla famiglia. Chi è sceso in piazza non è oscurantista e non guarda al passato. Da piazza San Giovanni arriva una richiesta chiara: per vivere insieme, per guardare avanti bisogna avere valori e coltivarli e i valori della famiglia non sono negoziabili. Quello che la gente pensa della famiglia non è soltanto stato detto, ma è stato reso concreto e visibile: le gente vuole che i figli crescano sereni, vuole posti di lavoro meno precari, vuole essere in grado di seguire i figli e di assistere gli anziani e i malati. La politica deve saper ascoltare questi bisogni perché qui parla la parte buona e responsabile del Paese».
In piazza c’era la parte buona, la parte responsabile del Paese. Ma allora perché questa piazza fa anche paura a tanti che temono discriminazioni ed esclusioni? Un timore chiaramente espresso dalla manifestazione Coraggio Laico di piazza Navona.
«La prima differenza che voglio far notare è che sul palco di San Giovanni non sono saliti politici e che nessuno fra noi ha un ruolo politico. Qui hanno parlato il popolo e le famiglie. A piazza Navona invece sul palco ho visto soltanto le facce dei politici. La piazza fa paura? A chi? Ai politici, al governo sicuramente perché pone problemi veri che non si possono risolvere con uno slogan. Fa paura perché è una piazza libera, senza bandiere di partito, e i politici e il governo non la dominano. Ho visto che tv e giornali hanno dedicato molto spazio ai discorsi di Prodi da un lato e di Berlusconi dall’altro, ma non è questo che mi interessa. Questa piazza non la può strumentalizzare nessuno. Nessuno deve metterci sopra il cappello perché è una piazza autonoma e trasversale che si è ritrovata sui valori. È la piazza degli italiani».