IL FANATISMO È COSA LORO

Le dimissioni del ministro Calderoli sono state qualcosa di più d’un atto dovuto. Sono state la giusta sanzione d’un comportamento che sarebbe stato irresponsabile anche qualora avesse avuto le connnotazioni della goliardata spavalda: ma che purtroppo ha dato l’impressione d’obbedire anche a meschine esigenze di propaganda elettorale. Molti italiani che simpatizzano per la Casa delle libertà, ma non per certe sceneggiate clamorose, si augurano che questa vicenda serva da lezione a quanti, nella Lega o altrove, hanno fatto uso e abuso di atti e di detti truculenti. Calderoli ha avuto ciò che da tempo meritava, e che è diventato inevitabile dopo lo spargimento di sangue causato dalle manifestazioni di Bengasi. Si va spesso ripetendo in queste ore che un personaggio cui è stato affidato un incarico pubblico di primaria importanza deve agire, soprattutto in momenti critici, nell’interesse del Paese: anche a costo di far forza alle sue pulsioni, istintive o calcolate che siano.
Il governo nega la teoria catastrofista dello scontro di civiltà, e ha a mio avviso ragione sia dal punto di vista dell’opportunità sia dal punto di vista della sostanza. È vero che in Turchia esistono fermenti fondamentalisti, ma è anche vero che l’assassino di don Andrea Santoro è stato assicurato prontamente alla giustizia. È vero che i predicatori della guerra santa contro l’Occidente imperversano nell’Islam, ma è anche vero che alcuni capi di Stato islamici sono tra i loro bersagli prediletti. La visita di Fini alla moschea di Roma è stata un gesto riparatore. Il «lungo e amichevole» colloquio telefonico di Berlusconi con Gheddafi ha avuto lo stesso significato: restando inteso che il colonnello libico non è un angioletto.
Ciò premesso mi pare si stia delineando sulla vicenda Calderoli una posizione che è insieme ipocrita ed equivoca. Sembra cioè che lo sberleffo esibizionista di Calderoli e magari anche alcune opinioni severe sull’Islam legittimino le violenze, gli urli, le minacce (con apposita fatwa mortale) del clero musulmano: e che non i ministri o dignitari della Repubblica, ma anche i comuni cittadini, debbano tapparsi la bocca se viene loro voglia di criticare Maometto, o l’aspetto luttuoso e penoso delle donne col burka, o i progetti nucleari del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, o i deliri di folle oceaniche alla Mecca.
Calderoli doveva essere più attento, e non rifugiarsi, dopo i guai, nel solito alibi delle «vergognose strumentalizzazioni». Ma l’Occidente, Italia inclusa, deve tutelare graniticamente quelle libertà fondamentali che sono il suo orgoglio (e in alcune circostanze, ammettiamolo, anche il suo fardello). Le cancellerie devono muoversi con la prudenza che è nei loro compiti. E tuttavia nessuna prudenza è concessa - neppure nel nome dei buoni rapporti internazionali e per ossequio a sensibilità e ipersensibilità di massa - quando si tratta di difendere il nostro diritto di esprimere opinioni, di muovere obbiezioni, insomma di essere cittadini liberi in un Paese democratico.
La religione cattolica ha subìto, nella cattolica Italia, innumerevoli attacchi e accuse. Si può non condividerli, e deplorarli. Non si può vietarli, a meno che costituiscano reato. Il che vale, è evidente, anche per le «vignette sataniche» danesi, a mio avviso non divertenti né da usare come canottiera. Ma non è questo che conta. I tumulti di Libia o d’altri Paesi islamici vanno iscritti nel grande libro del fanatismo. Cosa loro, non cosa nostra.