Il fango gratuito su un popolo di eroi

La nostra fama è immeritata: a Berlino non sono mai bastati neppure i 600mila morti della Grande guerra

Gli italiani - a cominciare da migliaia di nostri lettori - hanno reagito con indignazione alle offese di Der Spiegel per la loro volgarità e in nome d’un principio che dovrebbe campeggiare nel galateo internazionale. Il principio secondo cui le generalizzazioni che attribuiscono a un popolo nel suo complesso caratteristiche negative o positive, dimenticando che quel popolo è fatto d’individui pensanti, sono grossolane e villane quando non vili.
La storia, lo so, diventa molto spesso, nelle polemiche occasionali, il regno dei luoghi comuni: tutto schematizzato, tutto in bianco e nero. Si potrebbe e dovrebbe chiedere che pubblicazioni di grande diffusione e d’una qualche ambizione culturale si sottraessero alle banalità da bar. Invece accade che quelle banalità le alimentino, c’inzuppano il pane.
Rinuncio a dimostrare che gli italiani non sono codardi perché non ce n’è bisogno. Quotidianamente assistiamo a gesti di coraggio e d’altruismo in tutta la penisola, così come quotidianamente apprendiamo di gesti disonorevoli in altri Paesi. Schettino ci fa vergognare con il suo comportamento, di tanti altri comportamenti siamo orgogliosi. Ci infuria il pressapochismo meschino di certe accuse: alle quali è giusto rispondere con forza.
Tuttavia sarebbe sbagliato ignorare il persistere sottile, attraverso i secoli, d’un pregiudizio sprezzante nei confronti delle nostre qualità militari. È un paradosso, ma gli eredi della più possente struttura militare dell’antichità, quella romana, hanno visto le loro glorie appannarsi, «O patria mia, vedo le mura e gli archi» etc. etc. L’Italia frammentata, l’Italia come espressione geografica, «la terra dei morti». Per riscattarci da quella nomea non sono bastati nemmeno i seicentomila morti della Grande Guerra. Poi il fascismo ha preteso di creare un’Italia possente e bellicosa, dissoltasi nel terribile crogiuolo della Seconda guerra mondiale. Se solo pensiamo ai monumenti che in ogni città e villaggio della Penisola celebrano i caduti, e all’interminabile elenco di nomi, subito capiamo quanto l’affronto dello Spiegel sia miserabile.
Non abbiamo motivo d’invidiare le durezze teutoniche. Ma questa polemica inquietante ci offre l’occasione per riflettere sulle nostre vere o presunte manchevolezze. Agli italiani non manca per niente il coraggio. Semmai si può lamentare che abbiano - che abbiamo - un tasso non elevato di senso civico, la non consapevolezza di appartenere a una collettività, di dover agire in favore di interessi di molti, anche a scapito del proprio particulare. Si è buoni soldati anche perché ci si mette in fila alla fermata dell’autobus.
Non nego che vi sia nel carattere italiano una componente ìndividualista che emerge - nel bene e nel male - in caso d’emergenza. Ma, ripensando al passato, gli addebiti da muovere ai soldati sono poca e veniale cosa in confronto agli addebiti da muovere ai capi. Non ci sono soldati codardi, ci sono comandanti incapaci. Il «tutti a casa» dopo l’8 settembre 1943 non fu frutto di codardia della truppa, fu frutto di codardia o inefficienza di chi quella truppa avrebbe dovuto guidarla, e preferì squagliarsela. Non faccio concessioni a una retorica che sbandiera simboli e concetti nobili per occultare verità ignobili. Verità di quest’ultimo tipo ne hanno avute tutti gli eserciti, vincitori e vinti. Forse non è del tutto onorevole arrendersi, di sicuro è disonorevole infierire sui chi si è arreso.