Far pace con i cittadini

Ad accompagnare l’ultimo viaggio di Maria Antonietta Multari - la ragazza assassinata da un uomo che in un altro Paese o in un’altra stagione non sarebbe stato a piede libero - c’era una folla commossa e partecipe, ma c’erano anche alcuni striscioni forti come un grido d’indignazione e di rabbia. Striscioni contro i magistrati che non hanno fermato l’assassino quando avrebbero potuto e dovuto. Le grida e le invettive non dovrebbero mescolarsi alla pietà e al silenzio che si addicono ai funerali, ma in un Paese come il nostro, che fra emergenze e sussulti vagheggia una normalità lontana, molte cose e situazioni non sono più quelle di un tempo, rifuggono dalle collocazioni e dalle categorie consuete.
La fine della giovane donna è stata vissuta - e non soltanto dai familiari - come un delitto intollerabile, reso possibile dall’esercizio di un potere, quello di un pm in questo caso, enorme, indecifrabile, incontrollabile.
Gli striscioni di San Rocco di Vallecrosia sono il segno certo di una disarmonia grave e diffusa, di un distacco sociale e civile. Tanti italiani ormai considerano la magistratura un potere lontano e poco attento alle loro primarie necessità di sicurezza. Le generalizzazioni sono normalmente ingenerose e sbagliate. Sappiamo tutti che nel nostro Paese ci sono magistrati integerrimi e imparziali, schivi e preparati, ma questa realtà è oscurata dal protagonismo di una minoranza rumorosa di toghe che si caratterizzano per i loro ostentati atteggiamenti ideologici, per le loro teorie criminal-sociali che in molti casi vanno al di là dello spirito e della lettera delle leggi. Magistrati poco o per niente sensibili alle difficoltà dei concittadini che ogni giorno soffrono gli attacchi di una criminalità crescente e invasiva, che non è possibile esorcizzare definendola «micro». Si piegano così certe scarcerazioni facili, le concessioni di permessi e premi a detenuti pericolosi, decisioni che suonano per la maggioranza degli italiani come espressione di una discrezionalità eccessiva e di un lassismo colpevole. Queste toghe, poi, privilegiano le inchieste a sfondo politico o destinate a grandiose ricadute mediatiche, dando l’impressione di aspirare a ruoli e funzioni diversi dal rendere giustizia in nome del popolo italiano.
Ed è proprio questa minoranza rumorosa che dà la cifra e l’immagine della magistratura alla maggior parte degli italiani. Gli striscioni ai funerali di Vallecrosia impensieriscono, ma purtroppo si spiegano.
Questi stessi striscioni rappresentano, in un certo senso, il contrappasso rispetto alle scritte che incitavano, una quindicina di anni fa, i magistrati-demiurghi ad andare avanti per rifare il Paese. Si chiude un ciclo? Difficile dirlo. Le condizioni della macchina giudiziaria si sono aggravate, i tempi biblici dei procedimenti civili e penali, l’eccentricità altezzosa di certe decisioni hanno scavato non un solco, ma un fossato fra i cittadini e i magistrati. Tocca alla politica stabilire regole e percorsi che riducano le distanze e ridiano ai cittadini decenti aspettative di sicurezza e la sensazione di essere più ascoltati e meglio considerati. E che consentano ai magistrati di riconquistare, in piena autonomia, il prestigio che loro compete in un Paese civile.
Il ministro Mastella si è vantato di aver riportato, con la sua controriforma, la pace fra la politica e la magistratura. Ma adesso si tratta di riavvicinare i giudici ai cittadini, un’impresa impegnativa che supera le possibilità di questo Guardasigilli e di questo governo.
Salvatore Scarpino