La Farnesina non lo sa

Solo dieci giorni fa, alla vigilia della sua ultima missione a Damasco, Massimo D’Alema affidò i suoi pensieri all’Unità annunciando che «l’Italia vuole che la Siria sia parte attiva in un processo di pace» e che avrebbe chiesto ai suoi interlocutori di «cooperare alla stabilizzazione della regione». Parlò per due ore con Bashar Assad, ebbe due incontri con il suo collega Mouallem e, nella conferenza stampa conclusiva, non lo corresse quando gli sentì dire che «Italia e Siria praticamente condividono tutto sui temi della politica estera».
Non deve essere stato molto convincente vista la nuova strage compiuta a Beirut per eliminare Walid Eido, una delle figure di primo piano della maggioranza parlamentare antisiriana, l'ennesima personalità uccisa dopo il primo ministro Rafic Hariri, un assassinio sui cui mandanti non esistono troppi dubbi. Del resto, un inviato al seguito di D'Alema annotò che «l'ipocrisia fa parte integrante dei colloqui di Damasco».
Ma anziché prendere atto del fallimento di un anno di politica estera, di cui è il simbolo la missione Unifil, Palazzo Chigi e la Farnesina perseverano nell'errore. Il presidente del Consiglio Romano Prodi, se non ha avuto esitazioni nell'esprimere la sua «più ferma condanna per il vile attentato» di Beirut, non ha voluto spendere neanche un'allusione al ruolo di Damasco. È stata una reticenza accentuata dall'incontro che in quelle stesse ore il segretario di un partito dell'Unione, Oliviero Diliberto, aveva con Bashar Assad «in un clima di grande cordialità» per sostenere anche l'impegno a «rafforzare le relazioni tra Siria ed Italia in tutti i settori». C'è da chiedere: anche in quello delle stragi e dell'eliminazione fisica degli avversari? Forse una correzione, anche soft, dell'entusiasmo del segretario dei comunisti italiani sarebbe stata utile, per il buon nome del Paese.
Il tutto mentre nella striscia di Gaza si sta consumando un altro tragico fallimento, quello dell'illusione dell'Italia (in compagnia dell'Unione Europea e della sua trentennale simpatia per l'Olp prima e l'Anp poi) di riuscire a governare la transizione palestinese attraverso la scelta dell'«equivicinanza» e la rivendicazione costante della superiorità del «multilateralismo».
Un disastro. Non c'è altra parola per definire la linea Prodi-D'Alema. Si tratta della simulazione di una politica di pace: parole, il più delle volte semplici vanterie, a cui non corrisponde alcun risultato. Il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri hanno rivendicato il merito di saper parlare chiaramente a George W. Bush. Ma la loro voglia di chiarezza finisce lì. Invece, dove si è rapidamente bruciata la loro ambizione di svolgere un ruolo decisivo non sanno cosa dire. Balbettano sull'implosione palestinese, non hanno il coraggio di indicare nel regime siriano e nei suoi alleati la fonte della destabilizzazione libanese, sanno che la missione dell'Unifil è ormai solo ostaggio di chi vuole cancellare la parola stabilità dalla prospettiva del Medio Oriente e si comportano di conseguenza. Il disastro dell'Unione va oltre i confini dell'Italia.
Renzo Foa