Ma il fascismo fu totalitario, non libertario

Nella recensione comparsa sul Giornale di martedì 27 giugno, Giordano Bruno Guerri riconosce al mio libro La rivoluzione in camicia nera due meriti: quello della completezza dell’informazione e quello della correttezza nel definire la componente del fascismo da me presa in esame; condivide il fatto che la definisca «rivoluzionaria» e non «di sinistra». Lo ringrazio di questo. Per il resto, tuttavia, mi trovo in radicale dissenso rispetto al suo discorso. Dissento intanto dall’occhiello dell’articolo, in cui si afferma che il fascismo rivoluzionario sarebbe stato «la visione politica di una minoranza»: no, esso non è stato né un fenomeno marginale, né un fenomeno «eretico», ma l’essenza stessa del fascismo, il suo nucleo ideologico originario, la sua vitalità, la sua progettualità, il suo tentativo di costruire una «terza via» alternativa tanto al liberalismo (e al capitalismo) quanto al comunismo. Esso ha assicurato al regime il consenso delle classi lavoratrici e popolari, dei giovani, degli intellettuali.
È stato il fascismo di un gerarca importante come Giuseppe Bottai, ma anche, per molti versi (seppure in modo del tutto particolare dato il suo ruolo specifico) dello stesso Mussolini, il quale, a partire dalla metà degli anni '30, con l’«accelerazione» rivoluzionaria e totalitaria, comincia progressivamente a realizzarne alcune istanze (l’antiborghesismo, il populismo, il rafforzamento delle prerogative del Pnf, la legislazione razziale e antisemita, la sostituzione della Camera dei deputati con quella dei fasci e delle corporazioni, la Carta della Scuola, la creazione del ministero della Cultura popolare, della Gil ecc.). L’esito disastroso della guerra mondiale travolgerà il regime fascista, interrompendo bruscamente questo processo assai gradito ai sovversivi neri, per i quali il Duce, fanaticamente amato, è il più grande rivoluzionario del secolo.
Fondamentale, dunque, il fascismo rivoluzionario ai fini della comprensione del fenomeno fascista nel suo complesso; fondamentale e - aggiungo subito - assai pericoloso, al di là della buona fede di molti di coloro che ne fanno parte (sovente mossi, specie i giovani nati in camicia nera, da generose aspirazioni di rinnovamento e di giustizia sociale). Pericoloso - ed è su questo punto che dissento in modo più netto da Giordano Bruno Guerri - proprio perché totalitario, come credo di aver ampiamente documentato nel mio libro. Esso invoca più totalitarismo per avere più rivoluzione (per colpire più a fondo la borghesia e i moderati) e più rivoluzione per avere più totalitarismo (la «nuova civiltà fascista» del tutto fascistizzata). Altro che fascisti liberali e libertari! Il pluralismo politico essi nemmeno lo concepiscono: per loro lo Stato liberale è morto e sepolto e non deve risorgere. Reclamano sì il diritto alla critica, ma dentro il fascismo e soltanto per i fascisti. Come ha efficacemente dimostrato Emilio Gentile, tutto questo vale anche per Bottai, di cui, più dell’autobiografia assai addomesticata del secondo dopoguerra, dobbiamo prendere in considerazione l’opera del Ventennio, le azioni e gli scritti del potente gerarca, autore della fascistissima Carta della Scuola e convinto sostenitore delle leggi razziali.
So bene che il regime italiano è stato meno totalitario del nazismo e dello stalinismo, ma lo è stato non per merito dei rivoluzionari (in fondo alla rivoluzione da essi auspicata intravedo gli universi concentrazionari), ma proprio per la presenza di quei «poteri forti» (la monarchia, la borghesia, la Chiesa cattolica), che hanno contenuto la vocazione totalitaria del fascismo mussoliniano e bottaiano.
*Autore del libro «Rivoluzione in camicia nera», Mondadori