FASCISMO L’Italia si mise in sella

Otto milioni di biciclette è un bel titolo per un saggio che vuole raccontare la vita quotidiana degli italiani durante il fascismo. «Otto milioni di baionette» era lo slogan prediletto dal regime per rappresentare un popolo che si voleva a tutti i costi guerriero, duro, determinato alla grandezza imperiale: ma le biciclette rappresentano meglio le aspirazioni e la realtà della maggioranza degli italiani di allora, per i quali l’automobile - foss’anche la più economica Topolino - era un sogno irrealizzabile.
Fra gli innumerevoli saggi sul fascismo sono pochi quelli che raccontano la vita spicciola dei nostri genitori, o nonni, o - ormai - bisnonni. La storiografia «alta», infatti, può dimostrare facilmente gli errori economici del regime, l’avventatezza della sua politica estera, il soffocamento della libertà e delle libertà individuali, ma se ci si cala nella vita spicciola degli italiani si scopre con facilità che i più non sentivano il peso della dittatura, anzi; e che la qualità della vita, soprattutto per le famiglie più povere, migliorò non poco. È questa, in sostanza, la conclusione cui si arriva alla fine della lettura di Otto milioni di biciclette, di Romano Bracalini (Mondadori, pagg. 324, euro 18): purché ci si sforzi, come ha fatto l’autore, di «sbarazzarsi soprattutto dall’idea di sapere come sarebbe finita». E purché si parta, come ha fatto Bracalini, da una visione esatta di qual era la vita dell’italiano medio (cioè povero) sia prima, sia subito dopo la guerra del 1915-18, in un Paese sconvolto dalle lotte politiche e sociali, nonché in una condizione di grave arretratezza che la classe dirigente liberale non aveva fatto abbastanza per sanare.
Basti dire che nel 1920 gli analfabeti erano il 35 per cento, con un picco del 62 per cento in Calabria e un minimo dell’1,9 nell’ex Sud Tirolo, grazie alle buone cure dell’Impero austroungarico. Nel 1941 l’analfabetismo era ridotto al 13 per cento e questo dato è sufficiente a indicare l’enorme cambiamento verso la modernità di un popolo che - per fare un altro esempio - all’avvento del fascismo era afflitto dalla tubercolosi come pochi altri in Europa; il regime combatté una delle sue tante (e fra le meno citate) battaglie contro la terribile malattia: e i 59mila morti per tubercolosi nel 1925 erano ridotti alla metà quindici anni dopo. Con dati come questi si può anche ridere del mito dei treni che arrivavano in orario, dell’obbligo del «voi» e dell’abolizione della stretta di mano, della lotta al celibato e contro l’uso di parole straniere, insopportabili (quanto sopportate) invadenze dello Stato aspirante totalitario. Fatto è che gli italiani barattarono volentieri la libertà e le libertà in cambio di una maggiore sicurezza sociale e anche della partecipazione - più spontanea che forzata - ai riti di massa del regime.
Gli italiani furono, nella stragrande maggioranza, volonterosamente e intimamente fascisti, anche se quasi mai con l’entusiasmo e la dedizione di tipo religioso che il regime avrebbe preteso. A questa verità si è arrivati soltanto negli ultimi due-tre decenni, grazie a un «famigerato» revisionismo storiografico che ha spezzato una vulgata aprioristicamente e in toto antifascista. È interessante, a questo proposito, confrontare il volume di Bracalini con un altro simile che ebbe enorme successo quasi vent’anni fa, Mille lire al mese (Mondadori), di Gianfranco Venè. Molto accomuna i due autori, dalla data di nascita (1935 Venè, 1936 Bracalini) alla professione di giornalista con predilezione per gli studi storici.
Entrambi i libri hanno felicità di scrittura, ricchezza di particolari, ricostruzioni obiettive nel bene e nel male. Ma se in Venè si sente ancora il morso della damnatio memoriae verso il regime, in Bracalini si ha più l’impressione che l’autore sia davvero riuscito, come sostiene, a tornare indietro di settant’anni a bordo di un’immaginaria macchina del tempo; o come se venisse, ignaro, da un altro pianeta. E proprio grazie a questo distacco, il grottesco, sempre presente nel regime, appare in tutta la sua evidenza. Peccato soltanto che Bracalini abbia scelto, per illustrare il suo volume, fotografie per lo più d’agenzia, quindi in qualche modo ufficiali, mentre Venè ebbe l’accortezza di pubblicare, dopo Mille lire al mese, anche una Vita quotidiana degli italiani durante il fascismo (sempre Mondadori) illustrata con foto provenienti dai piccoli archivi di famiglia, ottenendo il risultato iconografico di una visione nuda e cruda della realtà, senza i filtri dell’interpretazione: gli italiani visti dagli italiani.
Ma il saggio di Bracalini è, in definitiva, leggibile con piacere anche da chi non conosca - o conosca fin troppo bene - le grandi vicende storiche che fecero da contorno alla semplice vita di tutti i giorni; sa davvero «ricreare l’atmosfera, il clima, le sensazioni, e persino i rumori e gli odori di un’Italia che ci appare remota e irriconoscibile».
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