Fascista per caso ucciso davvero

Glauco Berrettoni

Per chi conosce Manfredi unicamente per gli stupendi affreschi sul mondo classico, o per la rivalutazione della «virtus» pagana del tardo impero o per la rivisitazione romana del sito di Artù, potrebbe rimanere sorpreso di un racconto ambientato nei tragici giorni della guerra civile e della caccia al fascista che ne è seguita. È quanto compare in questo racconto, già edito nel 1996 in «Emilia e le altre» da Panini Editore, e che adesso gli Oscar Mondadori ripropongono in un’interessante miscellania. Nella figura del geometra Borelli, ufficiale della Milizia, scorgiamo un ritratto che stride col il cliché cui la cultura antifascista ci ha abituati da tempo: il nostro è un fascista come tanti, che crede nel Duce ma senza fanatismo, che svolge i suoi incarichi con giustizia ed equità anche nei confronti di avversari politici dichiarati, e che, come tanti, l’indomani dell’8 settembre rimette gli abiti borghesi, aspettando la fine della guerra con la fiducia di chi sa di non avere colpe da espiare. E, come tanti, al termine del conflitto finisce nelle maglie di quella giustizia partigiana che regola vecchi conti e che vede nella Resistenza il primo passo verso la rivoluzione proletaria: prelevato nella notte con la scusa di accertamenti, il Borelli non farà più ritorno alla propria abitazione, andando così ad aumentare quel sangue dei vinti che ha arrossato due terzi dell’Italia. E poco importa se, col tempo, nel corso di un’inchiesta «molto personale» condotta dalla moglie (Ortensia) - che farà giustizia in un’ottica che va al di là della morale piccolo-borghese -, apparirà che il delatore non è il vecchio avversario comunista, ma solo un collega che aveva approfittato del’epurazione per fare carriera: nell’Italia del dopoguerra ci sta anche questo.
Valerio Manfredi, Ortensia, in I cento cavalieri, Mondadori, Oscar, 2005, euro 8,40