Per favore, risparmiateci Capanna

Ho una cognata che portava le torte in carcere a Mario Capanna, e ancora si commuove al ricordo, figuriamoci se mi scandalizzo perché l’ex leader del ’68 tiene da ieri una rubrica sul quotidiano Libero e intanto dice al Secolo d’Italia che Alemanno sindaco di Roma non sarebbe una iattura...
L’Italia è uno strano Paese, dove la memoria funziona a scartamento ridotto e solo quando fa comodo e poi c’è sempre quella massima usa e getta che ogni volta salva capra e cavoli: «Soltanto gli imbecilli non cambiano idea»... Già, il fatto è che, per cambiarla, un’idea che sia una bisognerebbe averla avuta, e non il semplice residuato di un’età, una moda, un capriccio, un conformismo...
Bellicoso come nei suoi più verdi anni, l’ex capo del Movimento studentesco sostiene comunque che «solo qualche bollito di centro-sinistra e il suo omologo di centro-destra» possono vedere in questa collaborazione un «tradimento» o, peggio ancora, un atto prezzolato, e non invece la pura e semplice unione di «due “matti” liberi»... Vien voglia di dirgli: rilassati, che ormai hai un’età, siamo rotti a tutto e anche a qualcosa di più, abbiamo preso per buona l’idea che Romano Prodi fosse uno statista, Alessandro Baricco un romanziere, Eugenio Scalfari un filosofo, cosa vuoi che sia, al confronto, la tua rubrica «in terra straniera»...
Certo, magari un richiamino in prima e una presentazione meno anodina e più in pompa magna ci poteva anche stare, invece che relegarti a pagina 12 come un pisquano qualunque. Ma, si sa, è la stampa borghese... E poi il tuo nuovo direttore sarà pure «matto», sarà di certo «libero», ma di sicuro non è fesso...
Quanto ad Alemanno, anche qui, che dire? Visto che sul lato opposto, un tempo si sarebbe detto sulla «barricata opposta», c’è, sotto il nome di Francesco Rutelli, una sorta di controfigura post-fascista di Galeazzo Ciano, tanto vale provare il genero post-missino di Pino Rauti.
Capanna è sicuramente una persona intelligente e perbene. Ha contestato il Parlamento ed è stato parlamentare, ha peregrinato in vari partiti di sinistra e ora che la sinistra non c’è più si compiace della sua scomparsa, è a favore della globalizzazione, naturalmente, ma è anche contro gli Ogm, ovvero gli organismi geneticamente modificati, l’effetto serra, la sovrappopolazione, il sottosviluppo eccetera eccetera.
È un perfetto compendio dell’intellettuale italiano medio che poiché la società non si vuole rivoluzionare come lui vorrebbe, passa a voler rivoluzionare il mondo. Il mondo, va da sé, non se ne accorge, ma a lui va bene lo stesso.
Il suo chiodo fisso, come tutti sanno, è il Sessantotto, una data che per un ragazzo di oggi è come dirgli le guerre puniche, ma che per gli over Cinquanta resta la Beresina, il Palazzo d’Inverno, Austerlitz e insomma la propria giovinezza... Ci ha scritto sopra un libro, magnificandone gli anni «formidabili», poi un altro, per magnificarli a suo figlio... Si attende quello dedicato a magnificarli ai nipoti, ma intanto probabilmente noi saremo già morti e nessuno potrà magnificarceli.
Chi l’ha conosciuto allora, mia cognata, appunto, lo ricorda come un capo carismatico, dalla voce tonante, grande e grosso, avvolto in una specie di tabarro, la barba e i capelli neri, l’oratoria tribunizia di uno che però era stato allevato dai preti e quindi sapeva argomentare, era gesuitico e causidico, caustico e coinvolgente. Se lo ascoltate adesso e non vi addormentate subito, qualcosa della antica malia qua e là riemerge ancora. È come un ron ron, piacevole e inoffensivo.
Ai bei tempi, una certa borghesia lo coccolava, quella stessa che smaniava per la rivoluzione culturale nella Cina di Mao e battezzava la propria barca Ho Chi Minh, riteneva certa la fine ingloriosa del capitalismo, andava in eskimo ai comizi della classe operaia, ma stava bene attenta a non farle calpestare il kilim del proprio salotto buono. Amava il popolo, ma non ne sopportava l’odore.
La fine della sinistra, come progetto e come senso, è cominciata allora, quando si è cominciato a mettere l’accento sui diritti e sul «vogliamo tutto», quando non si è voluto capire che l’operaio non era una «rude razza pagana», ma una sotto-classe borghese che voleva essere anch’essa piccola e media borghesia, quando ci si è appassionati, perché tanto non costava nulla, a ogni causa altrui senza preoccuparsi dei bisogni e dei bisognosi sottocasa, perché tanto l’immigrazione e la microcriminalità urbana facevano parte del «progresso» o, tutt’al più, delle distorsioni del sistema, quando ci si è cominciati ad appassionare alla cultura trash, alla televisione e al cinema spazzatura, come ultima piroetta intellettual-borghese di chi non si accorgeva che intanto stava cambiando tutto e che irridendo ogni cosa non si costruiva nulla che durasse. Da Lenin a Cacasenno, insomma.
Quarant’anni dopo, la Sinistra non c’è più. Però c’è ancora, immarcescibile, Mario Capanna. Se questo è quel che resta, non è che si sia perso molto. Ma neanche che ci sia molto da aspettarci. Comunque, buona rubrica.
Stenio Solinas