Dal fazzoletto di Desdemona al Fante di Alice Quando è la legge a fare letteratura

Nel saggio di Bruno Cavallone i grandi classici sono letti con la lente del giurista Svelando fraintendimenti dei critici e facendo scoprire dettagli illuminanti...

Bussavano alla porta del malcapitato con un bastone. Di legno o di metallo, fregiato del giglio e ornato d'oro, rimaneva comunque un'arma e una minaccia, come se la procedura con cui gli ufficiali giudiziari consegnavano la notificazione mantenesse un legame con il mondo primitivo, nel quale ogni danno veniva censurato dalla comunità lesa a forza di bastonate. Ciò che accadeva dopo, lo si può immaginare. A nessuno faceva piacere vedersi recapitare un cartiglio di quel genere. Le reazioni andavano dal malcelato disappunto alla ribellione più sfacciata. Un po' come accade oggi, quando il postino ci consegna una raccomandata dall'aspetto insolito e noi esitiamo a firmare.

Si apre così, con un bâton judiciaire brandito sotto il naso, uno dei saggi più singolari comparso nelle ultime stagioni, La borsa di miss Flite (Adelphi, pagg. 301, euro 28). Il titolo allude al personaggio di Dickens che compare nel romanzo Bleak House. Ammalata di tribunale, Miss Flite «continua a frequentare quotidianamente la corte portando con sé una borsa a rete piena di documenti, in maniacale attesa di un giudizio» che finisce per diventare il Giorno del Giudizio, l'istante magico in cui rientrerà in possesso di un vasto patrimonio. Allora, finalmente, potrà liberare gli uccellini che tiene in gabbia, allegoria fin troppo eloquente della sua condizione.

L'autore della Borsa di miss Flite, Bruno Cavallone, è un professore di diritto processuale civile in congedo che ha avuto l'ardire di accostarsi ad alcune delle pagine più famose della letteratura universale con la lente del giurista. Lo scopo? Intanto denunciare i fraintendimenti che generazioni di critici letterari digiuni di sottigliezze procedurali hanno accumulato in pagine dedicate, per fare qualche esempio, al fazzoletto di Desdemona (prova indiziaria) o alla promessa di matrimonio di Figaro (rottura di contratto privato). Ma c'è dell'altro. Corredato da un apparato iconografico a volte più eloquente del testo stesso, il volume non si limita ad applicare i codici di procedura civile al campo letterario, ma invade la storia della pittura, sollecita l'ermeneutica biblica, stuzzica l'approssimativo mondo del cinema. Anche l'Annunciazione non sfugge all'interesse dell'autore: in fondo, l'angelo Gabriele è un ufficiale notificatore, inviato da Dio.

Nella rete del diritto cadono le pagine di celebri processi: quello di Kafka, che per la rottura del fidanzamento con Felice Bauer era stato trascinato in tribunale e quello al quale viene sottoposto il Fante di cuori di Alice nel paese delle meraviglie; il processo tanto informale quanto raggelante della Panne di Dürrenmatt (fra i vecchi e temibili giurati c'è anche un ex-boia) e il sommario dibattimento che spedisce Pinocchio innocente in prigione. Compaiono Salomone e Porzia, Iago e Cenerentola, quest'ultima radiografata fino al midollo. Cosa c'è, nella celebre fiaba, da un punto di vista strettamente giuridico? «C'è, naturalmente, molto diritto di famiglia (padri e figlie, matrigne e figliastre, primi, secondi e terzi matrimoni); c'è, in forma più o meno esplicita, il diritto delle successioni; c'è la disciplina del lavoro domestico; c'è moltissimo diritto penale (non solo maltrattamenti, ma anche furti, lesioni gravi e gravissime, incesti e persino omicidi)...» E forse non c'è un processo, «ma c'è un'istruttoria: un gentiluomo di corte incaricato dal re o da suo figlio deve identificare l'affascinante fanciulla che ha danzato con il Principe». Anche il materiale e la forma della scarpetta vengono analizzati con la dovuta attenzione: «Normalmente si parla di scarpette di vetro, e quelle della Cinderella di Walt Disney hanno addirittura il tacco alto. La discesa precipitosa è peraltro meno inverosimile se si pensa a un paio di ballerine».

Fra una pagina e l'altra, apprendiamo che in passato agli avvocati venivano consegnate delle clessidre, con le quali si misurava il tempo a disposizione per le arringhe. Nel mondo antico erano clessidre ad acqua, e di un'acqua presa da apposite fontane, visto che le oligominerali scorrono più velocemente delle acque «dure». A Roma le clessidre dovevano essere richieste in base alle necessità, tant'è che Marziale, stufo di un oratore che non smetteva di blaterare e intanto beveva un sorso d'acqua per schiarirsi la voce, lo invitò a bere l'acqua della clessidra, per abbreviare il tormento cui sottoponeva gli ascoltatori. Ancora al tempo di Goethe, a Venezia, agli avvocati venivano consegnate delle clessidre dette «mezzarole», ampolle di sabbia della durata di venti minuti l'una. L'autore del Faust assistette a un processo e notò che quando il cancelliere interrompeva l'avvocato, la clessidra con molto fair play veniva momentaneamente fermata. Cavallone ci guida negli studi legali di tre o quattro secoli fa, quando i mucchi di fascicoli finivano in sacchi a forma di pera o di prosciutto e per tale ragione venivano appesi alle travi degli studi, ognuno con il suo cartiglio, per identificarne il contenuto. Fascicoli che dovevano essere cuciti a mano, con spago e ago da materassaio.

Come prevedibile, le pagine più memorabili sono quelle in cui l'autore fa le bucce a celebri processi letterari, dimostrandone la pochezza giuridica. Dimostrare di calzare perfettamente la minuscola scarpetta di vetro, di per sé, non avrebbe aperto le porte della reggia a Cenerentola: «L'esito tecnicamente ineccepibile della prova della scarpetta probabilmente non basterebbe ad assicurarle il titolo di principessa, se non fosse accompagnato da un adeguato bagaglio di qualità morali e intellettuali». Altrettanto maldestra è la soluzione tranciante dell'episodio biblico di Susanna e i vecchioni: «Due laidi vecchi spiano Susanna mentre fa il bagno in un laghetto nel giardino di casa dove vive con il marito Joakim, e poi, non essendo riusciti a sedurla, si vendicano accusandola di adulterio». La salverà Daniele con un espediente - interrogare i vecchioni separatamente - che Cavallone non apprezza. Il problema è che accogliendo il parere di Daniele, il popolo d'Israele e gli anziani che lo rappresentano danno prova «della stessa faciloneria che li aveva indotti a condannare Susanna». Se si fosse applicato il diritto odierno, «Susanna probabilmente sarebbe stata assolta per insufficienza di prove. Joakim sarebbe stato meno contento, e forse avrebbe nutrito qualche dubbio sulla fedeltà della moglie. E i vecchioni sarebbero tornati a insidiare le figlie di Israele».