Fecondazione, il Tar affossa la legge 40 Ora il giudizio passa alla Consulta

Contestati per "eccesso di potere" sia il divieto di diagnosi preimpainto che il limite al numero di embrioni da produrre

Roma - Eccesso di potere. Il Tar del Lazio con questa motivazione getta nel cestino le linee guida della legge 40 sulla fecondazione assistita approvata nel 2004 e così legittima la diagnosi preimpianto. Ora il giudizio definitivo è nelle mani della Consulta, che dovrà pronunciarsi sulla costituzionalità delle norme contenute nel testo che regolamenta la procreazione medicalmente assistita. I giudici amministrativi dunque hanno dato ragione al ricorso delle associazioni mediche che si occupano di fecondazione in vitro come Madre provetta e Amica Cicogna.

Due in particolare le norme messe sotto accusa dal ricorso. Il divieto di diagnosi preimpianto e il limite al numero di embrioni da produrre, massimo tre. La diagnosi permette di individuare malattie come la talassemia o la fibrosi cistica prima che l’embrione sia impiantato nell’utero. Ora le associazioni esultano e chiedono al ministro Turco di intervenire immediatamente, rivedendo il testo e dando il via libera alle diagnosi preimpianto. «Il Tar e altri tribunali hanno riconosciuto che la legge imponeva norme che non lasciavano alcuno spazio di autonomia al medico. La legge va riscritta», dice Monica Soldano, presidente dell’associazione Madre Provetta.

Contrastanti le reazioni alla sentenza del Tar sia nel mondo politico sia in quello scientifico. Girolamo Sirchia, ministro della Salute quando fu approvata la legge, attende di conoscere il giudizio della Consulta ma si dice certo che in nessun modo la legge «leda il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione». Ignazio Marino, presidente della commissione sanità del Senato, sottolinea come la sentenza evidenzi le incongruenze della legge «frutto non di conoscenze scientifiche ma di mediazioni politiche» e assicurando che a breve il governo emanerà nuove linee guida. Claudio Giorlandino, presidente della Società italiana di diagnosi prenatale, fa notare che «basta leggere bene la legge 40» per capire che la diagnosi preimpianto è vietata se viene eseguita «a scopi eugenetici» ma non lo è se «ai soli fini osservazionali». Dunque, aggiunge, Giorlandino, «se una donna la richiede e ottiene un risultato per lei non accettabile, nessuno può obbligarla a ricevere l’impianto».

Il mondo politico si divide in modo trasversale. La senatrice del Pd Paola Binetti difende la legge 40 che tutela l’embrione mentre l’azzurra Stefania Prestigiacomo auspica una modifica perché giudica questa legge «pericolosa per la salute della donna».