Fede è libertà

Sono trascorsi solo due giorni tra l'omelia pronunziata dal Santo Padre sulla spianata della Neue Messe a Monaco di Baviera e il suo discorso all'università di Ratisbona. E pure, a leggere i commenti della stampa, sembrerebbe passato un secolo. O, quanto meno, parrebbe che i due messaggi non provengano dalla stessa persona. Perché laddove il Papa di domenica è stato raffigurato come un difensore dell'Islam (non è mancato chi l'abbia persino incolpato di averne nobilitato l'estremismo), a quello del martedì è stato contestato un attacco alla religione del Profeta, che si sarebbe spinta fino all'insulto. Viene da chiedersi: schizofrenico il Papa o incapaci di comprenderne il messaggio i suoi denigratori?
I due discorsi, nella realtà delle cose, non solo appaiono perfettamente coerenti. Insieme concorrono anche a caratterizzare in senso originale il nuovo pontificato rispetto a quello del predecessore. Perché attraverso di essi Benedetto XVI recupera la preoccupazione dominante dell'ultima fase del pontificato di Giovanni Paolo II, offrendo ad essa una soluzione in parte diversa.
Ci si deve spingere indietro nel tempo, fino all'indomani della caduta del muro di Berlino quando, uscito di scena il comunismo, Karol Wojtyla identificò nella desacralizzazione il male più insidioso dell'epoca moderna, in particolare per quel che concerne l'Occidente. Da questo timore derivò l'invito alle altre religioni ad allearsi in difesa di una comune sacralità, contro il nemico secolare che le insidiava tutte. Da questa stessa convinzione derivarono anche le iniziative, a volte clamorose, sul fronte del dialogo interreligioso e la preoccupazione che i fatti drammatici dell'11 settembre non scavassero un solco troppo profondo tra il cristianesimo e l'islam. Senza questo retroterra, la breve ma intensissima stagione pacifista di Karol Wojtyla diviene inspiegabile. Così come si sperde la profondità della sua successiva disillusione nei confronti di quell'Europa dalla quale egli si attendeva la riscoperta del sacro e che, invece, lo ha ripagato disconoscendo le sue radici giudaico-cristiane.
Benedetto XVI nell'omelia di domenica, ha ripreso il tema della desacralizzazione dell'Occidente. Ha evidenziato come questo fenomeno sia alla base di preoccupazione e ostilità da parte delle altre religioni che suscitano un sempre più frequente ricorso alla violenza. Rivolgendosi alla sua Chiesa, la ha perciò esortata a riscoprire la pienezza del messaggio evangelico, senza ridurlo a moralismi più o meno à la page. Perché il recupero dell'integrità di un messaggio, nella sua visione, può offrire più spazio per un dialogo nel segno del reciproco rispetto di quello che concede la sua progressiva diluizione, in ossequio a un malinteso processo di secolarizzazione.
Il discorso del martedì ha poi rappresentato uno sviluppo logico delle premesse poste due giorni prima. Qui il Professor Ratzinger ha innanzi tutto precisato la relazione tra religioni e culture. Sotto il profilo metodologico ha evidenziato la differenza insuperabile tra le verità rivelate e le culture. Perché le prime non possono essere relativizzate, pena cadere in insopportabile contraddizione, mentre le seconde s'affermano, s'influenzano vicendevolmente e, prima o poi, decadono. Forte di tale premessa, dal punto di vista storico ha quindi riaffermato la centralità del pensiero e dell'esperienza cristiana nello sviluppo della cultura occidentale, dalle sue origini elleniche fino ai suoi sviluppi più moderni. Il Papa, in particolare, in nome di un concetto più ampio di ragione che rigetti la certezza per dare spazio, insieme, alla fede e al dubbio, si è rifiutato di coniugare il cristianesimo al passato. Né è stato disponibile a ergere un muro tra la fede e la scienza, intesa questa come ricerca senza fine irrorata dalla responsabilità.
Si è trattato di una lucida lezione di laicità, sgorgata con sorprendente consapevolezza dalla mente e dal cuore di un uomo di fede. Benedetto XVI, in questo solco, ha proposto alle altre religioni la stessa sfida che, già prima, aveva lanciato ai non credenti: incontrarsi senza relativizzare i propri convincimenti più intimi, ma nel nome di una comune ragionevolezza e della libertà di ricerca che da essa deriva. Perché la fede è per lui un atto di libertà che a nessuno dovrebbe essere concesso coercire.
Alcuni non credenti, tempo fa, quell'appello lo accolsero. Oggi, invece, tanti esponenti del mondo musulmano lo hanno rigettato. E questo è un indizio non rassicurante dei tempi che si preparano. Il Papa, nella messa di domenica scorsa, ha constatato la debolezza di udito nei confronti di Dio della quale soffrirebbero gli uomini del nostro tempo. La malattia, purtroppo, è più grave. Perché la sordità non si riferisce soltanto alla parola di Dio ma anche a quella degli uomini, quando questa si distacca dalla rassicurante superficie del luogo comune.
Gaetano Quagliariello