La fede semplice del papa teologo

Il sacerdote non è un «burocrate del sacro», la fede non è «un pacchetto di dogmi complicatissimi», ma «una cosa semplice». «Non va posta un'alternativa assoluta tra l'evoluzione e l'esistenza del Dio creatore», anzi va cercata una conciliazione, perché appunto «l'evoluzione c'è, ma non basta da sola a spiegare le grandi domande, e a come si arriva alla persona umana e alla sua dignità». Esiste infatti «una ragione creatrice», in base alla quale «occorre vedere la grande armonia dell'universo». Così, davanti al senso di sconfitta e di fallimento che provano molti giovani di oggi e che talora può spingerli fino al suicidio, bisogna aiutarli «a trovare il senso della vita in questa grande armonia» del mondo.
Il cristianesimo non è un «aut aut tra umanità e divinità», ma «un et et», «non di grandi esclusivismi ma della sintesi», perché «dobbiamo vivere con i piedi in terra e gli occhi rivolti al cielo». È difficile un dialogo sui grandi temi della fede con gli immigrati musulmani, «piuttosto» è possibile «sui valori», sul vivere secondo coscienza, «come è indicato nei Dieci Comandamenti».
Di fronte al problema di divorziati e risposati, la cosa più importante in realtà andrebbe fatta prima, è la preparazione, la necessità di «fare prevenzione e preparazione» al fine di favorire «il matrimonio per la vita e non provvisorio». In caso di fallimento, poi, occorre approfondire se «il matrimonio c'era o no», quindi l'eventuale causa di nullità. Ma infine i cristiani devono comportarsi, e i sacerdoti prima di loro, «in modo che ci si possa sentire amati da Cristo e membri della Chiesa anche in situazioni di difficoltà», cioè anche da divorziati e risposati.
Estrapolare solo alcune frasi, come ho appena fatto io, dal lungo incontro di Benedetto XVI, ad Auronzo di Cadore martedì scorso, con i sacerdoti delle diocesi di Belluno, Feltre e Treviso, probabilmente fa correre il rischio di parzialità e di eccessiva esemplificazione del pensiero e delle intenzioni del Papa. Tuttavia, siccome queste sono anche, in buona parte, le frasi riportate dalle agenzie di stampa, stupisce che non sia stata finora riservata loro l'attenzione necessaria. A me paiono elementi di un discorso di forza e modernità straordinarie, quanto e ancor più forte della lezione di Ratisbona, soprattutto perché con grande sforzo esemplificativo rivolto a giovani parroci spesso in difficoltà, in territori che non li riconoscono più, se non come guida, almeno come presenza amica.
Ma le parole di Papa Ratzinger suonano chiare anche per due categorie che inquinano il dibattito e il comportamento dell'Occidente ai tempi del terrorismo: gli integralisti cattolici di casa nostra, impegnati da ormai qualche anno in un attacco forsennato all'evoluzionismo, e i relativisti culturali, così forti nell'attuale governo, che cedono terreno ogni giorno all'Islam fondamentalista e addirittura, come fa il ministro Giuliano Amato, accusano i cristiani di atteggiamento ostile.
Nel testo integrale si legge infatti: «In un primo momento sembra che non abbiamo bisogno di Dio, anzi che senza Dio saremmo più liberi e il mondo sarebbe più ampio. Ma dopo un certo tempo, nelle nostre nuove generazioni, si vede cosa succede, quando Dio scompare. Come Nietzsche ha detto "La grande luce si è spenta, il sole si è spento". La vita allora è una cosa occasionale, diventa una cosa e devo cercare di fare il meglio con questa cosa e usare la vita come fosse una cosa per una felicità immediata, toccabile e realizzabile. Ma il grande problema è che se Dio non c'è e non è il Creatore anche della mia vita, in realtà la vita è un semplice pezzo dell'evoluzione, nient'altro, non ha senso di per sé stessa. Ma io devo invece cercare di mettere senso in questo pezzo di essere. Vedo attualmente in Germania, ma anche negli Stati Uniti, un dibattito abbastanza accanito tra il cosiddetto creazionismo e l'evoluzionismo, presentati come fossero alternative che si escludono: chi crede nel Creatore non potrebbe pensare all'evoluzione e chi invece afferma l'evoluzione dovrebbe escludere Dio. Questa contrapposizione è un'assurdità, perché da una parte ci sono tante prove scientifiche in favore di un'evoluzione che appare come una realtà che dobbiamo vedere e che arricchisce la nostra conoscenza della vita e dell'essere come tale. Ma la dottrina dell'evoluzione non risponde a tutti i quesiti e non risponde soprattutto al grande quesito filosofico: da dove viene tutto? e come il tutto prende un cammino che arriva finalmente all'uomo? Mi sembra molto importante, questo volevo dire anche a Ratisbona nella mia lezione, che la ragione si apra di più, che veda sì questi dati, ma che veda anche che non sono sufficienti per spiegare tutta la realtà».
Quanto all'Islam, Benedetto XVI dice: «Una cosa pratica e realizzabile, necessaria, è soprattutto cercare l'intesa fondamentale sui valori da vivere. Anche qui abbiamo un tesoro comune, perché vengono dalla religione abramitica, reinterpretata, rivissuta in modi che sono da studiare, ai quali dobbiamo infine rispondere. Ma la grande esperienza sostanziale, quella dei Dieci Comandamenti, è presente e questo mi sembra il punto da approfondire. Passare ai grandi misteri mi sembra un livello non facile, che non si realizza nei grandi incontri. Il seme deve forse entrare nel cuore, così che la risposta della fede in dialoghi più specifici possa maturare qua e là. Ma ciò che possiamo e dobbiamo fare è cercare il consenso sui valori fondamentali, espressi nei Dieci Comandamenti, riassunti nell'amore del prossimo e nell'amore di Dio, e così interpretabili nei diversi settori della vita. Siamo almeno in un cammino comune verso il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio che è finalmente il Dio dal volto umano, il Dio presente in Gesù Cristo». Dei Dieci Comandamenti, se io li ricordo ancora, basta «non uccidere» e «non dire falsa testimonianza» per escludere gli imam fai da te che così facilmente seminano odio nelle nostre città. Ma ci sta bene anche «non nominare il nome di Dio invano».
Maria Giovanna Maglie