Il fenomeno Gary Go: faceva il fattorino, poi Peter Gabriel

Gli ha detto: "Non portare i pacchi. Devi cantare". Lui si è convinto. E ora il suo brano è un tormentone. La rivelazione: "Abitavo vicino a Wembley. I concerti mi hanno fatto amare la musica"

Milano - Preparatevi perché Gary Go ha una storia fantastica. Tanto per iniziare, ha 24 anni, è nato a due passi (ma proprio due) dallo stadio Wembley di Londra e il suo brano Wonderful è uno dei più trasmessi dalle radio italiane. «L’ho composto ai New Jersey Studios sul piano sul quale John Lennon suonò per la prima volta la sua Imagine». Gary Go (vero nome Gary Baker, cioè panettiere, meglio cambiare no?) è un ragazzetto con due occhialoni così, li cambia spesso ma sono sempre buffi come quelli che mostra sulla copertina del suo primo cd, uscito da poco con il battimani della stampa e anche dei Take That, che l’hanno subito convocato per suonare con loro. Indovinate dove? A Wembley, dal primo al cinque luglio. «Quand’ero ragazzino mi sedevo nel giardinetto di casa e ascoltavo le prove e poi i concerti delle superstar che passavano di lì: il primo Michael Jackson, poi U2, Rolling Stones, Madonna. Ogni volta mi vibravano la pelle e anche il cuore, ho capito che quella era la mia strada».

Dicono assomigli al primo Elton John, e forse un po’ è vero. Ma si sente che ha ascoltato molto David Bowie, specialmente quello etereo e umbratile degli anni Ottanta. In ogni caso, lui non spiega nulla perché, perdinci, «cerco sempre di non definirmi, sono influenzato da tutti ma io sono un compositore e basta». Però che gavetta. A 17 anni ha detto bye bye alla scuola e si è dedicato alla sua passione, la musica: preparando il tè e smistando la posta in una casa discografica, dove impara poco ma trova il soprannome, cioè Go, vai. Gary vai, il tè è ottimo, grazie. «Mica mi offendevo: lì sentivo canzoni, parlavo con la gente giusta, assorbivo qualsiasi cosa». Ha assorbito pure il numero di telefono della Real World, la casa discografica di Peter Gabriel. Chiama, prende un appuntamento, lo chiama pure Peter Gabriel, che si sarà subito accorto del groppo in gola di Gary Vai mentre rispondeva. «Vado da lui, facciamo il colloquio, tutto procede bene finché mi chiede: “Ti piacerebbe registrare le tue canzoni?”». Ovvio, gli risponde, è il mio sogno. Gelo. Gabriel, che sa il fatto suo, sembra liquidarlo, ma in realtà gli apre le porte del futuro: «Tu non puoi fare il fattorino qui da noi, devi incidere un disco». E così è: «Però io ero sfasciato, mi sarei sparato in bocca dalla delusione, pensavo che la mia carriera fosse finita». Pochi giorni dopo, Gary Go è il nuovo pupillo della Decca - toh! la casa discografica dei Genesis - che gli firma un contratto e lo spedisce a registrare il disco. «Mi sentivo un uccellino che esce dal nido per la prima volta». Va a New York, zona Lower East Side. Poi cerca casa in affitto a Hoboken. «Un’agenzia mi trova un piccolo appartamento e io mi accorgo che era quello dove aveva vissuto il giovane Frank Sinatra, che è nato proprio a Hoboken, New Jersey. Ero tramortito dalla gioia. Proprio io, mi dicevo». Intanto scrive i brani, da bravo ragazzo con i piedi per terra e gli occhi nascosti dietro lenti da nerd. Rumina un po’ di musica laggiù, poi pianta le tende nella campagna di Praga e infine torna a Londra, vicino al suo stadio di Wembley. Lì finisce gli ultimi dettagli ed eccole qua le sue canzoni, malinconiche come So so, notturne come Brooklyn ma pure albeggianti come Honest. «Ogni sogno che tu hai è legittimo, se è lecito e ci credi davvero». Parla dolcemente, lui, l’accento si scioglie nell’entusiasmo di raccontare la sua storia sapendo che è vera e pure sudata. E così, mentre ha appena finito di registrare una canzone con gli italiani Gabin, lui ricorda quanto l’abbia indottrinato Charlie Rapino, presidente ultra italiano della Decca: «Mi ha fatto ascoltare tonnellate di Fabrizio De André e Lucio Battisti, so a memoria tutte le parole di E penso a te». Silenzio. Ancora silenzio. Dov’è finito? Poi una risata. «Ho sempre pensato esclusivamente alla musica e non sono mai stato solo: magari un giorno mi sveglierò e avrò bisogno d’altro. Ma non ora». Già non ora, guai a te.