Il Festival spicca subito il volo con i ricami di Milva e Cristicchi

Sotto la guida di Baudo e grazie a un inconsueto livello artistico, la kermesse ritrova l’antico glamour. Molte le sorprese in avvio

Sanremo - Superpippo torna a impugnare il timone del Festival, e la kermesse riacquista, d'incanto, quel sovrappiù d'assennatezza scanzonata, di glamour non giulebboso, di sorridente certezza di sé che fanno tutt'uno col nome di Baudo. Col valore aggiunto d'un inconsueto livello artistico, sicché Sanremo torna ad essere Sanremo, com'era ai tempi di Modugno, Villa, Nilla Pizzi, Celentano, Zucchero, Dalla, quando il meglio della canzone italiana transitava di qui e attori, comici, ospiti stranieri non ne insidiavano il protagonismo.

Così ieri la serata inaugurale ci ha regalato un numero davvero inconsueto di liete sorprese, da Cristicchi a Milva, da Nada alla Ruggiero, eppoi Silvestri, Mango, Leda Battisti, i Khorakhané. La cui presenza in gara torna a tutto merito del conduttore-demiurgo ma anche, ammettiamolo, d'una discografia che, dopo decenni di scelte insipienti, sembra avere scoperto il fascino desueto della qualità.
E pazienza se ad aprire la serata arrivano - dopo gli usuali convenevoli tra Pippo e una radiosa Michelle Hunziker, che omaggia commossa l'ex marito, Eros Ramazzotti, con una pericolante esecuzione di Adesso tu - gli Zero Assoluto: col loro pop fragilino e gradevole, che non rappresenta certo la vetta massima di questo festival, ma si rifarà domani con l'hit parade. E poi Piero Mazzocchetti, un Mario Lanza in sedicesimo giunto dalla Germania, infiamma i loggionisti dell'Ariston con i suoi acuti tenorili, la Ninnananna di Mariangela - bella l'idea baudiana di mescolare giovani e campioni, abolendo l'antico regime di apartheid - fa tenerezza ma non stravolge, la simpatia del duo Facchinetti, padre in nero e figlio in bianco, guadagna applausi benevoli a un brano davvero bruttino.

Ma ecco Antonella Ruggiero, e ora sì che il festival spicca il volo, e che volo: con quella Canzone fra le guerre che la grande artista canta con palpitante dolcezza, tratteggiando l'immagine d'una madre che stringe a sé il proprio bambino in una notte di bombe, «piccolo mio non guardare» e la commozione è palpabile. Poi c'è l'onesta parentesi dei PQuadro, ed ecco Daniele Silvestri, che irrompe sul palco con la smagliante follia della sua Paranza: un verace gioiello che se non offre il volto più «impegnato» del cantautore romano, ne esalta tuttavia le qualità di funambolo della parola.

Che altro? Jasmine ha una bellissima voce e un brano non all'altezza, e Simone Cristicchi dà i brividi per l'intensità raccolta e la levità assorta con cui narra d'un malato di mente che, prima di «spiccare il volo» dal tetto della casa di cura, evoca un suo segreto sogno d'amore. E Milva? Emozionante e inquietante, nel restituire il magnifico testo di Giorgio Faletti sugli artisti falliti. E i Grandi Animali Marini? Il loro Napoleone azzurro è un sogno celeste, mi ricorda il «blu dipinto di blu» di Modugno e allora non intenerirsi è peccato.
Ecco, il festival, appena partito, è già entrato nel vivo, e nel meglio. Ecco, dopo un corretto Marco Baroni, una maiuscola Nada, che sull'onda d'un amore nascente - Luna in piena il titolo - intreccia timore e speranza, cupezze da kabarett e atmosfere da discoteca dell'Est. E poi Stefano Centomo, dignitoso, Mango melodioso e un po' pompieristico, e la splendida ballata antimilitarista dei Khorakhané, mica un caso che il loro nome sia lo stesso d'una canzone di De André. Finché tocca a Leda Battisti, prima in ordine alfabetico, ultima in ordine d'uscita, concludere la prima serata festivaliera: temperie latina e mediterranea, echi di tango e di flamenco, lei misurata e intensa.

In mezzo, come d'uso, gli ospiti: le gag di Cornacchione, le lepidezze di Chiambretti, la dance ermafrodita degli Scissor Sisters, e ancora Norah Jones, voce e pianoforte ammalati di jazz e di suprema eleganza.