Fiat, allarme fabbriche: due impianti a rischio

Possibile la chiusura di due impianti in Italia Sindacati in trincea, la Fiom: &quot;Pronti al conflitto&quot;. Scajola: &quot;La centralità della produzione italiana è fondamentale&quot;<br />

Roma - Un ridimensionamento per certi aspetti inevitabile, ma che ieri ha provocato preoccupazione tra i sindacati e la reazione ferma del governo. Ad agitare il mondo economico e politico sono state le notizie arrivate dalla versione on line del settimanale economico tedesco Handesblatt che in mattinata aveva parlato della chiusura di due impianti italiani della Fiat uno al nord e l’altro al sud.
Rispetto alle precedenti indiscrezioni della Faz che parlavano esplicitamente di Pomigliano e Termini Imerese, quelle di ieri parlavano genericamente di due stabilimenti.

Dalla Fiat non è arrivata nessuna smentita, ma si è fatto sentire il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola, con una lettera indirizzata al Presidente Luca di Montezemolo e a Marchionne. Nella missiva si sottolinea l’importanza dell’accordo Fiat-Chrysler che - scrive Scajola - «ha costituito per l’economia del nostro Paese un fatto di grande rilievo: una nuova prospettiva di sviluppo, maturata nel pieno della crisi del settore» e che «fa emergere i valori dell’industria italiana come poche volte era accaduto in passato». Il ministro poi ricorda gli interventi pubblici a favore del settore auto («Il Governo ha tempestivamente supportato la domanda del settore, in linea con gli altri Paesi») e la reazione positiva del mercato («Gli ultimi dati sull’andamento delle vendite confermano che l’obiettivo di non penalizzare i nostri produttori è stato raggiunto, anche grazie ai risultati dell’innovazione di cui Fiat è stata capace»).

Quindi sottolinea: «ora fondamentale sarà il permanere della centralità del sistema produttivo italiano in un progetto che possa continuare ad essere sostenuto dal sistema degli incentivi pubblici disponibili per lo sviluppo economico e produttivo del nostro Paese. Nella certezza che l’eccellenza degli stabilimenti italiani continui ad essere assicurata, anche in un contesto di globalizzazione della produzione». Scajola annuncia quindi «a breve» un incontro con i sindacati per «condividere il contributo che il Governo potrà continuare ad offrire». Un modo per mettere paletti e prevenire per quanto possibile il ridimensionamento della presenza Fiat in Italia.

Dure le reazioni del sindacato alle ipotesi delle due chiusure, anche se con accenti diversi. La Fiom Cgil è tornata a farsi sentire con il segretario generale Gianni Rinaldini che ha evocato qualcosa di più di una mobilitazione. «Qualsiasi ipotesi di chiusura di stabilimenti in Italia porterebbe all’apertura di un pesante conflitto sociale». Sempre dalla Fiom, Giorgio Cremaschi ha prospettato lo scenario più estremo: «Se dovessero chiudere Pomigliano, sarebbe necessario l’intervento dell’esercito». Ma anche gli altri sindacati hanno mandato segnali di indisponibilità ad accettare chiusure. «Non accetteremo né chiusure di siti né ridimensionamento occupazionale», ha assicurato il segretario generale della Uilm Campania Giovanni Sgambati. Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni ha invitato alla calma: «La paura e l’allarmismo non aiutano». Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani ha chiesto una smentita ufficiale. La Cgil per bocca del membro della segreteria Susanna Camusso, ha detto di non credere nemmeno alla convocazione di Scajola liquidata come «l’ennesimo annuncio». Una situazione tesa che - spiegano i sindacalisti - sta caricando di attese la manifestazione sindacale unitaria di Torino del 16 maggio. Il piano ha poi spaccato la politica. Ieri l’ex premier Massimo D’Alema ha parlato di «un’operazione di grande rilievo» che sta portando l’azienda torinese a una posizione di primo piano nel mercato automobilistico americano. Italia dei valori e i partiti della sinistra estrema hanno bocciato, le ipotesi di chiusura e, in generale, tutto il piano di Marchionne.