Un figlio è per sempre: «Non fatelo!»

La provocazione nel saggio di una psicoanalista parigina che analizza il crescente fenomeno del «no kidding»

«I figli so’ piezz ’e core». Ma anche pezzi (mancanti) del portafoglio. I marmocchi costano, costringono a lavorare il doppio per poi consegnare il sudato stipendio in toto alla tata, infrangono i sogni di carriera e mandano all’aria i matrimoni. E ancora, notti insonni, pappe, pannolini e patemi d’animo, dalla nascita all’eternità. Perché un figlio «è per sempre», e spesso non sono proprio diamanti.
Insomma, diventare mamma è una via senza ritorno, così, prima di imboccarla, bisogna pensarci e ripensarci, oltre che armarsi di sovraumana pazienza. Un figlio non lo puoi rispedire al mittente, salvo avere, poi, qualche guaio con la giustizia. Ma, a detta di tutte le madri, il raptus ogni tanto viene. Scatta la sindrome «da Erode», che, fortunatamente, passa in fretta, alla vista dell’illuminante sorriso del pargolo. Quando, cianotico, ha smesso di strillare.
Sono pochi i casi in cui ci si pente di aver «sfornato» le adorabili creature o quelli in cui si decide di non imbarcarsi proprio nell’impresa. Secondo un’indagine dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr, appena il 2% delle donne italiane decide di non voler sperimentare la condizione di madre, contro una maggioranza schiacciante che di bimbi ne desidera almeno due (anche se nella vita reale ci si ferma, dati Istat, a 1,33).
Ma quella sparuta minoranza rivendica ora il diritto alla propria libertà e fa outing. Un fenomeno nuovo in Italia, quello del no kidding. I matrimoni senza figli esistono da sempre, beninteso. Ma la differenza è che adesso non ci si vergogna più di questo «egoismo» politically-scorrect: si esce allo scoperto, ci si confronta sui blog e si fondano associazioni per convinti «childfree». L’identikit dell’anti-madre in salsa nostrana è di istruzione medio-alta, lavoratrice, residente in città piuttosto grandi del Centro-Nord (Liguria, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana), non sposata e convivente. Cresce la tribù delle rampanti coppie dink (double income no kids) e il Paese dove «mammà è sempre mammà» inizia a interrogarsi.
Negli Usa gli allergici ai bebè si sono organizzati più di vent’anni fa. No kidding è il nome della storica associazione americana che gioca su un doppio significato: «niente bambini», ma anche «non scherziamo». Già, perché crescere l’erede non è affatto uno scherzo. E ci sono, a voler prestare orecchio alle provocazioni di sociologi e scrittori, molti buoni motivi razionali per non commettere la follia di replicarsi.
Ne ha trovati almeno quaranta Corinne Maier, quarantatreenne psicanalista e famosa saggista parigina che Oltralpe ha scatenato un putiferio con il suo ultimo libro, No kids. Quarante raisons de ne pas avoir d’enfant (pubblicato da Michalon, uscirà per Bompiani l’anno prossimo). Gli echi iniziano ad arrivare anche in Italia, dove la rottura del tabù della «mater» rischia di provocare un uragano.
Già la scrittrice è diventata paladina delle donne che aborrono la «missione maternità». Avere un bambino è una scelta irreversibile, e non va considerata come l’unica strada di realizzazione femminile, è la tesi di fondo. Se non si è ben consapevoli di cosa comporta allevare le piccole sanguisughe, i «parassiti», come li definisce la Maier, si rischia di arrivare al rancore inconscio verso i figli, alla frustrazione per le rinunce fatte. Che vanno da quelle più serie, parlando di intimità di coppia o di prospettive occupazionali, a quelle più leggere, come rinunciare al viaggio tanto agognato per infliggersi la tortura di Eurodisney.
Insomma, bisognerebbe mettere tutto in conto e pensarci prima. Lei non l’ha fatto. E se errare è umano, perseverare è diabolico: la Maier di figli ne ha ben due. Ma ammette: «A volte mi pento. E ai miei figli l’ho pure detto».