Il filosofo della chiacchiera

Lo sbandamento del governo Prodi è ineluttabile: il caso Visco evidenzia una prepotenza di fondo verso lo Stato, i giudizi di Bruxelles sul Dpef spiegano (si era colto nel recente vertice tedesco) quanto siamo caduti in basso internazionalmente, le manfrine sulle pensioni indicano come questa maggioranza sia inadatta a governare. Gli stessi Eugenio Scalfari e Ilvo Diamanti su Repubblica si chiedono se la candidatura di Walter Veltroni non sia che una dose di morfina a un malato terminale. Forse solo il centrodestra può autoimpedirsi di risolvere la crisi nel modo migliore, cioè con il voto anticipato. Ci può riuscire, per esempio, facendosi impressionare da un Veltroni, considerandolo un fattore di innovazione sconvolgente.
Si leggano, piuttosto, le considerazioni di due persone serie del centrosinistra: Rosy Bindi osserva come Veltroni abbia difficoltà lessicali ad affrontare questioni etiche. E Daniele Capezzone nota lo stesso problema per le questioni economiche. Considerazioni feroci. Non contestano una linea e neanche solo una cultura mediocre, ma una personalità cresciuta artificialmente incapace di fare i conti in profondità con la realtà. D'altra parte basta il suono delle parole veltroniane, senza neanche concentrarsi sul senso, per capire come non vi sia una nota di verità. E senza verità non c'è innovazione possibile. Il che non rende il candidato leader del Partito democratico meno insidioso: la forza dell'inerzia è tendenzialmente superiore a quella dell'innovazione. Si tratta però di cogliere il quadro in cui l'abilità veltroniana può agire: questo è quello del compromesso tra alcuni poteri che tendono all'oligarchia, magari in competizione tra loro (due nomi per capirsi: Giovanni Bazoli e Luca Cordero di Montezemolo), e la difesa ultracorporativa di settori del mondo del lavoro, sostenuta (con stili e logiche differenti) da sindacalisti come Guglielmo Epifani, Paolo Nerozzi e Giorgio Cremaschi. È un compromesso pieno di crepe. Ci si augura vada in pezzi rapidamente, da destra o da sinistra. Ma è l'unico che garantisce al centrosinistra, nel medio periodo, il potere. Romano Prodi è stato notaio di questo compromesso, Veltroni si appresta a subentrargli, coprendo l'operazione con allusioni modernizzanti. Solo un maligno folletto può avere accecato persone dalla vista acuta che oggi scambiano Veltroni per un Sarkozy o un Clinton. Bill, il cazzone dell'Arkansas (peraltro laureato a Oxford) portava con sé la vitalità della provincia americana. Il nostro cazzaro di Roma rappresenta invece l'eterno immobilismo di un blocco di potere che va dai Ciarrapico, agli Abete, ai Dell'Erme.
Se proprio si vuole paragonare ad effetto (e fuori misura) Veltroni a qualche personalità internazionale, lo si compari a un eterno perdente che poi però è riuscito (ahimé) anche a vincere: Jacques Chirac. Naturalmente il mito di Napoleone non è quello delle figurine Panini: è grande la differenza di statura politica e culturale tra i due. Anche se va aggiunto che la tronfiaggine è un difetto da cui Veltroni è esente. Però Chirac dimostra superiorità morale, non vergognandosi di dire di essere stato comunista in gioventù.
Sì, la retorica del cambiamento per non cambiare, l'eterna chiacchiera chiracchiana: ecco il vero orizzonte veltroniano. E se lo riconosci, lo puoi battere.
E il dialogo? Certo oggi all'Italia serve anche il dialogo e questo si fa con chi la storia ti mette tra i piedi, non con interlocutori di comodo. Regola essenziale, però, per confrontarsi con Veltroni è avere consapevolezza dell'antica tattica dei bolscevichi, pronti per guadagnare tempo e mantenere la «posizione», alle più spericolate «dichiarazioni». Enrico Berlinguer a metà degli anni Settanta ne fece una clamorosa: «Mi sento più sicuro sotto l'ombrello della Nato». Una dichiarazione che giustamente fece storia. Però per valutare «la precisa posizione internazionale» dei comunisti italiani va ricordato come all'inizio degli anni Novanta, Veltroni e D'Alema erano ancora lì, in piazza, con bambini sul collo a protestare contro la guerra dell'Onu a Saddam, invasore del Kuwait. Sotto l'ombrello della Nato, ma con un orecchio sempre attento ai suggerimenti del compagno Primakov, capo del Kgb in Medio Oriente.
Lodovico Festa