Finalmente lo Stato si riprende il territorio

Ritornano i prefetti. Ritornano nelle candidature a parlamentare. Ritornano ovunque il problema della legalità si scontri con quello dell’ordine pubblico e la vocazione recente del nostro popolo all’anarchia appare ormai come una cattiva abitudine. Ritorna dunque Giovanni Giolitti, uomo che seppe fare dei prefetti il passaggio dalla posizione reazionaria di Umberto I all'apertura verso i sindacati e i socialisti del primo regno di Vittorio Emanuele III. Giovanni Giolitti andrebbe ricordato come il vero difensore sia dello Stato unitario che della democrazia. Fu contro la sua maggioranza parlamentare, a lui sempre fedelissima, che Vittorio Emanuele III firmò in segreto il trattato di Londra che lo impegnava a intervenire in guerra contro l’Austria con la Francia e l’Inghilterra. Fu lui che mandò i soldati a chiudere la Reggenza del Carnaro, la prima forma di fascismo in chiave solo immaginaria, con il «vate» Gabriele D’Annunzio. Fu lui, con la sua maggioranza, che chiese a re Vittorio di proclamare lo stato d'assedio e di impedire la marcia su Roma.
È ora che il Popolo della libertà ritrovi le sue radici nel liberale che cercò di far convivere la monarchia dei Savoia con la democrazia e impedire il fascismo. È ora che Berlusconi vada oltre De Gasperi e Sturzo e anche oltre Matteotti e Turati per trovare il suo fondamento liberale dell’uomo che più cercò di salvare la democrazia italiana: prima dalla guerra delle trincee e poi dal fascismo. Togliatti ne capì il significato e fece un celebre «discorso su Giolitti», ma poi cambiò idea e rimase l’uomo dei Patti Lateranensi confermati nella Costituzione.
Ma perché tornano i prefetti? Perché le regioni hanno fallito. L’ente regione entrò nella politica italiana con don Luigi Sturzo, che lo volle proprio contro Giovanni Giolitti e lo Stato dei prefetti. Così fu accolto dalla Costituzione, ma, da veri liberali, De Gasperi e Scelba videro che lo Stato delle regioni non era possibile in un regime di guerra fredda e di contrasto ideologico. La sinistra, che avversò le regioni, le ha poi adottate sino a farne il punto nodale delle istituzioni: aumentando, con una riforma costituzionale, le loro competenze persino in concorrenza con quelle dello Stato. Le regioni oggi fanno acqua, ritornano i prefetti. E ritornano perché l’odiato Stato di polizia è la premessa della democrazia, solo dove la polizia mantiene la legalità è possibile che nasca il regime di libertà. Le regioni non sono servite a mantenere il controllo dello Stato sul territorio: e il vero problema è quello di ristabilire il governo del territorio. Ora intervengono i grandi commissari: Bertolaso, De Gennaro, la Contini. Lo Stato cerca di riprendere il suo spazio.
Gianni De Gennaro è accusato per i fatti di Genova del G8, l’amplesso tra sinistra antagonista e magistratura lo vuole colpevole, ma è la figura centrale dello Stato, Prodi governante, quando i rifiuti di Napoli sbarcano in Sardegna e quando la monnezza grava sulla Campania. E così Bertolaso, direttore della Protezione civile, anche per il centrosinistra è la mano della provvidenza, a cui vengono affidati i casi più difficili. Senza però dargli il potere di usare la polizia per disperdere coloro che occupano abusivamente i territori e impediscono le vie di comunicazione. La democrazia non ha il coraggio di ricordare che essa suppone lo stato di polizia.
Il governo Berlusconi del 2008 ha avuto un chiaro mandato per dare allo Stato la sovranità sul territorio e far sì che la polizia possa disperdere i manifestanti illegali o violenti con la forza. Lo spirito di Mario Scelba, il più democratico e antifascista dei ministri democristiani, lui che stabilì lo Stato di polizia in Italia, dopo gli anni della violenza partigiana postfascista, indica che, senza il controllo della piazza da parte della polizia e dei carabinieri, non vi è legalità né democrazia.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it