Fincantieri fa la partita della vita. Di Genova

(...) posizioni. Personalmente, sono contrario a generalizzare e prendo atto che, anche a Genova, anche nella Fiom, ci sono lavoratori che iniziano a masticare i concetti di cui sopra. Ma ancora non abbastanza per farne la bandiera di tutta la confederazione, spesso aggrappata con le unghie e con i denti a un vecchio modo di fare sindacalismo.
Esempi? Il no alla quotazione, ad esempio. Ma anche la pretesa di una parte di alcuni sindacati di trattare il contratto di lavoro anche per i dipendenti dell’indotto. Che è come se io, che faccio il giornalista, volessi occuparmi dei diritti sindacali degli edicolanti. Uno: non è detto che gli edicolanti gradiscano. Due: la mia azienda non c’entra nulla con gli edicolanti e il miglior modo in cui edicolanti e giornali possono aiutarsi è lavorando reciprocamente nel migliore dei modi. Ma senza mettere il becco in casa altrui. Non sta nè in cielo, nè in terra, nè in mare. E non dovrebbe stare nemmeno in quella terra di mezzo fra cielo, terra e mare che è un cantiere navale.
Immediatamente conseguente è il discorso dell’indotto. Basta aprire un vocabolario della lingua italiana per capire che «indotto» è un termine positivo, un valore aggiunto. E basta rivolgersi a qualunque lavoratore per capire che un lavoro indotto è positivo, un volano di sviluppo, una gioia per i portafogli.
Quasi qualunque lavoratore. C’è chi contesta l’indotto. C’è chi vorrebbe che fosse tutto interiorizzato, come se si chiedesse alla Fiat di produrre a Mirafiori tutto, fino all’ultimo bullone o all’ultimo finestrino. È chiaro che non può essere così e, anzi, per realtà come Fincantieri l’uso dell’appalto esterno è quasi un caso da manuale dell’università dell’indotto. Perchè un conto è occuparsi degli scafi e un conto dei minimi particolari. Soprattutto - e qui la quota pubblica ha un senso - considerando che, a differenza di chi si riempie la bocca di made in Italy e poi magari compra le materie semilavorate in Cina, in India o nell’Est europeo, gli appalti vengono dati tutti sul territorio nazionale, senza delocalizzazioni, terribile parola che il correttore automatico sottolinea di rosso e la bilancia economica del Paese pure.
Insomma, siamo al concetto di azienda-distretto industriale, come dicono quelli che parlano bene. Poi, certo, non bisogna stupirsi se - di fronte a dati sulle assenze e sulle ore di lavoro perse all’interno paragonabili a quelle della pubblica amministrazione in era pre-Brunetta - l’azienda si rivolge anche all’esterno. Poi, certo, non bisogna stupirsi se alcuni saldatori dell’indotto sono pagati benissimo, grazie alla loro grande competenza e professionalità. Poi, certo, non bisogna stupirsi se molti dei lavoratori dell’indotto che lavorano in Italia non sono italiani, ma magari croati o sloveni. Noi italiani ci siamo baloccati con l’inutilità dell’apprendistato, loro hanno fatto gli apprendisti. E i risultati si vedono. Ma, intanto, è già un successo che questi lavoratori prestino la loro opera in Italia. E che Fincantieri non abbia fatto come tanti altri che hanno portato le aziende in Croazia o in Slovenia, perchè era più conveniente.
A me sembra di aver già scritto 106 righe, quante me ne conta ora il computer, con la scoperta dell’acqua calda. Ma, sentendo alcune posizioni sindacali, l’acqua calda non è tale per tutti. Io ho provato a rispiegarlo. Così come ho fatto in questi quattro articoli che raccontano un’altra «casta», quella dei bramini del mondo dove cambia tutto tranne il loro modo di pensare. Anche a me, piaceva di più scrivere a penna. Ma mi sono adeguato al computer e ho fatto di tutto perchè potesse aiutarmi, anzichè perdermi a dire quanto mi faceva orrore. Ora amo penna e computer.
Ho raccontato la storia di Fincantieri perchè mi sembra un caso di scuola e, soprattutto, perchè è un’impresa con bilanci Boni, Boni, Boni, non un elefante delle Partecipazioni Statali.
Ho raccontato la storia di Fincantieri prima che quelli che non hanno scoperto l’acqua calda si risveglino con una doccia ghiacciata.