Fini: "Berlusconi leader, ma no al pensiero unico"

Nell’<strong><a href="/a.pic1?ID=338239">ultimo giorno di An</a></strong>, nasce
il partito degli italiani. <strong><a href="/a.pic1?ID=338244">Il primo affondo agli alleati</a></strong>: &quot;Non lasceremo voti alla Lega&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=338240">La telefonata del Cavaliere</a></strong>: &quot;Ottimo discorso&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=338248">Il Big Bang che ridisegna la destra</a></strong>

Roma - Con un discorso lungo e articolato, un’ora e tre minuti per quarantadue applausi, con una punta di commozione e scarse concessioni alle scorciatoie emotive ed emozionali, Gianfranco Fini ha offerto al suo popolo un ragionamento sulla strategia della destra per l’Italia dei prossimi quindici anni. Volando alto, come si dice, al di sopra dei teoremi su un’ipotetica lotta per la leadership del costituendo Popolo della Libertà, che oggi fanno carta straccia assieme ad altra carta lasciata sulla moquette della nuova Fiera di Roma.

È costume diffuso pensare che oggi le leadership si costruiscano sulla sola grammatica della spettacolarizzazione e della ricerca frenetica di consenso biodegradabile: si possono valutare come si vuole le sue parole, ma Fini ieri non l’ha fatto, interpretando quella piccola pila di foglietti che tradizionalmente lo accompagna nei discorsi delle occasioni storiche. Appena scende dalla scaletta sotto il maxischermo che ha alternato i video storici alle zoomate sui delegati, spunta una lacrima, una sola pare, ma colui che è stato segretario del Fronte della Gioventù, del Msi, presidente di Alleanza nazionale e, oggi, della Camera, apprestandosi dopo trent’anni (da un lontano giugno del 1977) all’ingresso in un partito del quale non sarà leader unico, ha in cuor suo la coscienza di aver pronunciato un discorso destinato a durare, forse scontentando qualche ex colonnello, forse facendosi visione futura della piattaforma ideale e programmatica del partito che viene, il Pdl, più di quello che va, An.

Quando si supera un’esperienza di partito per costruirne un’altra, l’ipoteca identitaria è un oggetto da maneggiare con attenzione. E infatti Fini, per prima cosa, ringrazia coloro «che hanno tenuto la schiena dritta e hanno amato l’Italia», i militanti che «non hanno visto la destra vincere» e grazie ai quali oggi la destra esprime ministri, sindaci e alte cariche istituzionali, cita Tatarella, Borsellino, Marzio Tremaglia, de Gaulle e non Almirante, ma si congeda con le parole tonanti dell’Ezra Pound che ammoniva: «Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui». E cioè: sono le idee che contano, non le forme organizzative, non i rigurgiti identitari, non la passione per le sigle e i simboli. Fini rifiuta una volta per tutte l’idea che la destra sia stata «sdoganata» da qualcuno («le idee non si sdoganano»), ma invita al tempo stesso tutti a superare ogni vittimismo – a «decomplessarsi», direbbe Sarkò – perché l’egemonia culturale della sinistra è finita da anni. Non spinge sul registro dell’appello comunitario, non l’ha fatto nei mesi scorsi, non risparmia neppure la tirata d’orecchie a qualcuno dei suoi che negli anni passati s’è fatto irretire dai privilegi del potere e del sottopotere.

C’è piuttosto da celebrare «un passo importante della storia italiana», la nascita del più grande partito nazionale e popolare d’Europa. Ecco, il nuovo partito. Fini, questo sì, rivendica ad An il ruolo di incubatore del centrodestra che sta per essere. È a Fiuggi, quando la destra abbandona gli antichi riflessi ideologici e cestina il culto nostalgico del partito-per-sé, quando «la generazione che non si è arresa» smette di fare manutenzione della memoria, comincia a costruire un futuro politico dove l’interesse della Nazione fa premio sull’interesse di fazione e la libertà viene promossa come «il primo valore dell’uomo», quando si abbandona ogni velleità di superiorità morale passando dalla lotta per l’«alternativa al sistema» a quella per l’ammodernamento del sistema, quando si gettano le basi per una destra futuribile, moderna ed europea, è in quel gennaio 1995 che viene posto il primo anello della lunga catena che porta al Pdl, ultimo tassello di questo percorso.

Il lungo, a volte tormentato eppure saldo rapporto che lega da quindici anni Fi e An è contestualizzato da Fini nell’ottica di «strategia per l’Italia», di alleanza tra due movimenti post-ideologici finalizzata al «progetto per un nuovo secolo»: Fi non è mai stato un partito di plastica, Berlusconi vince nel Paese perché in grado più di altri di interpretare paure e speranze degli italiani, il Pdl non è partito di oligarchie ma movimento germinato nelle piazze e nelle urne, il 2 dicembre 2006 e il 13 aprile 2008, consolidato sui valori condivisi da milioni di elettori. E sul Pdl – che, ironicamente, qualcuno sospettava essere il codice fiscale del predellino… – Fini è chiarissimo: non è nato col gesto solitario del predellino, Berlusconi però ha avuto il coraggio di rilanciarlo nel momento più difficile. In questo modo Fini, zittendo le chiacchiere sulle leadership condivise e “duali” nel Pdl, riconosce che il capo del centrodestra è il Cavaliere («i leader non si creano a tavolino, nascono quando ci sono le condizioni politiche e le capacità») e delinea il profilo di un partito che deve essere democratico, inclusivo, unitario e non soffocato da un «pensiero unico», a leadership riconosciuta ma non schiacciato dal culto della personalità. Il Pdl si fa partito di post-appartenenze: nessuna ipotetica corrente di An, anzi il rifiuto netto della sindrome della «correntocrazia».

Sembra quasi che il presidente della Camera stia ritagliando per sé il ruolo di punto di connessione culturale e di elaborazione strategica. L’immagine: «Nel 1994 noi, esuli in patria, siamo stati chiamati a fare i conti col passato. Oggi noi, protagonisti in patria, siamo chiamati a fare i conti con gli italiani di domani». La stella polare: «l’amore di Patria». L’ingresso nel Ppe, che da internazionale democristiana è passato a essere incubatore di destre modernizzatrici, è impiegato strategicamente per qualificare i tre assi valoriali della futura politica: la dignità della persona e i diritti civili, la sussidiarietà orizzontale come superamento dello statalismo, l’economia sociale di mercato come risposta alla crisi del liberal-capitalismo, e la laicità delle istituzioni, che non nega il valore identitario della religione ma rigetta il confessionalismo e stabilisce una rigorosa separazione tra la sfera privata e la sfera religiosa.

Dall’Europa all’Italia, si deve scrivere l’agenda politica dei prossimi anni: legislatura costituente, presidenzialismo e riforma della rappresentanza, risposta immediata all’Italia che diviene «società multietnica e multi religiosa» e deve prepararsi ad andare oltre le mere risposte spaventate e securitarie per integrare «i nuovi italiani» (l’Italia è di chi la ama), «stati generali dell’economia» per rispondere alla crisi globale, senso civico ed «etica repubblicana del dovere» per combattere il relativismo morale. Novità di vocabolario. Ma Fini vuole parlare la lingua di una destra oltre la destra.